Campagna

Il comune di Campagna occupa un vasto territorio di 135 kmq, misto, tra montagna, collina e pianura,  delimitato a sud dal fiume Sele e percorso dai fiumi Atri e Tenza nel capoluogo, dai torrenti Acerra e Trigento a est e dall’Ausella a ovest. Il centro antico della città è adagiato fra ripide pareti di tre alti monti, posto nel versante meridionale dei Picentini, nella catena appenninica dei Campani; il resto degli abitati si compone di frazioni e località, i più grandi sono: Puglietta, Camaldoli, Serradarce, Romamdola,  Quadrivio, S. Maria la Nova, Galdo, Mattinelle. Il toponimo deriva dalla contrazione “de finibus Campanie”, il nome della regione di età romana conosciuta dagli storici come “Campania Felix”, per la fertilità dei suoli e il clima dolce, che rinvia al significato di un luogo pianeggiante lungo i confini del Sele che lo separava dalla “Lucania”; tale denominazione, però, ha dato origine intorno al X secolo al “Campaniae Castrum”, posto all’interno della valle del fiume Tenza, ove trovarono protezione gli abitanti dei vari disseminati loca costruiti in pianura accanto a torri e pertinenze religiose di Furano e Ariano. I primi insediamenti umani, preistorici, sono stati rilevati sui monti circostanti. Sul monte S. Ermo sono venuti alla luce punte di selce di Età Neolitica, mentre ai piedi monte Polveracchio, nei dintorni dell’oasi WWF, sono visibili tracce di vasellame riferibile all’età del Bronzo Appenninico. Notevoli testimonianze archeologiche descrivono l’influenza sedimentata di più culture (osche, sannite, greche, etrusche e lucane), per via della favorevole posizione orografica e dei suoi fertili territori. Le sue origini mitiche vogliono che sia stato un municipium romano sorto per volere di Capis Silvio re dei latini. Tra gli studiosi locali vi è pure chi ha ipotizzato la sussistenza nella valle del Tenza di una grande villa romana appartenuta all’imperatore Massimiano, e di una diffusa pratica devozionale riservata a Ercole, collegata alla cultura locale. Con notevole probabilità costituiva un ricco ager eburinus (municipio romano di Eboli), i cui disseminati resti di ville e tombe posti sul territorio menzionano, in particolare, gli insediamenti di Saginara, Tuori e di Serradarce, posti lungo
il fiume Sele, dove il portus Alburnus prova una ragguardevole attività commerciale tra il Mediterraneo, sull’imbocco fluviale in area di Paestum, e l’entroterra lucano. Dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. causato delle invasioni barbariche, varie testimonianze medievali riducono l’area sotto il dominio bizantino. I documenti storici più antichi però risalgono al periodo longobardo, testimoniano l’interesse di un alto personaggio, Alahis, figlio del principe Arechi di Salerno, che a Furano insediava, su alcuni suoi possedimenti, i monaci Volturnensi posti sotto l’influenza della Chiesa Romana. Nei pressi della chiesa pievana di S. Angelo a Furano e di altre pertinenze religiose ivi sussistenti sorgevano i castelli di Pancia e Alegiso presumibilmente a difesa dei rispettivi territori e degli abitati sottostanti dominati. Gran parte della popolazione dopo la distruzione di questi luoghi, ad opera di scorribande saracene, come vogliono alcune fonti locali, trovò riparo nella valle del Tenza, dove sorsero molti casali governati e difesi dal castello Girolo di Campagna. Intorno al XII secolo il dominio Longobardo passò quindi in quello dei Normanni, che determinò a Campagna la costruzione di ulteriori chiese nella valle del Tenza, a testimonianza della crescita socio-economica e l’insediamento di milites pertinenti la contea di Principato. Una battaglia combattuta nel 1194 presso il casale Girone intorno al castello, tra Teutonici e Normanni, preannunciava il dominio di Enrico VI della casa imperiale di Svevia, ma vide finanche lo sviluppo ulteriore di caseggiati a Campagna, la terra che iniziava ad assumere i caratteri di una città medievale, cinta da mura e difesa dai fossati fluviali. Il castello Girone – oggi conosciuto come Gerione - fu quindi ricostruito nel 1231 dall’imperatore Federico II di Svevia restando sotto il suo dominio per alcuni anni.
La sconfitta di Corradino nel 1266, con il passaggio quindi del napoletano alla casa d’Angiò, a seguito della discesa di Carlo I re di Sicilia, Campagna fu data in amministrazione feudale al francese Giovanni d’Apia (d’Eppes), e dall’omonimo figlio, in successione, alla nipote Isabella, moglie di Raimondo del Balzo conte di Soleto. Il titolo comitale fu poi indossato, in alterne vicende, fino al 1404, dal loro figlio adottivo Raimondello Orsini del Balzo, Gran Connestabile del Regno di Napoli Principe di Taranto. Durante tali controversie, tra angioini e durazzeschi, il feudo passò ai d’Alemagna nel 1369, i quali nel 1385 si resero protagonisti della liberazione di papa Urbano VI a Nocera, stretto nell’assedio delle truppe di Carlo di Durazzo, della sua protezione prima nel castello di Campagna, poi in quello di Buccino. Nel frattempo, dal 1393 fu nuovo feudatario di Campagna Ugo Sanseverino,  conte di Tricarico e Potenza assassinato per ordine del re Ladislao di Durazzo nel 1403. Fino al 1427 fu dominato da Francesco Mormile, per passare nel 1431 insieme ad Eboli nel dominio di Antonio Colonna, principe di Salerno, durante la monarchia della regina Giovanna II. I durazzeschi, quindi, affidarono ancora una volta il feudo di Campagna ai Gesualdo che la detennero, in tempi alternati, fino al 1436 con i Della Ratta conti di Caserta.

L’età degli Orsini di Gravina

Con l’arrivo nel regno di Napoli di Alfonso d’Aragona, già re di Sicilia, Campagna fu donata nel 1437 a Francesco Orsini conte (poi duca) di Gravina, prefetto di Roma che aveva aiutato il nuovo sovrano a conquistare il regno di Napoli con le armi. Il cambio di governo sul trono e nel feudo fu continuamente funestato da ribellioni e da violenti proteste al punto da ottenere nel 1440 l’intervento di S. Bernardino da Siena, sceso nel napoletano a sedare i conflitti interni tra le fazioni Angioine e Aragonesi nelle località più astiose. Il santo, secondo le memorie locali, nell’occasione, oltre a frenare i tumulti con una pubblica orazione nella piazza, visitò i luoghi religiosi e i simulacri più importanti della comunità, ospite nel convento francescano di S. Maria di Avigliano.
Anche per intercessione degli Orsini, nel 1483 soggiornò nell’abazia di S. Maria la Nova S. Francesco di Paola in viaggio per la Francia, ospitato dal protonotario apostolico Luigi Guerriero, commendatario pontificio della struttura, al quale il santo donò un fazzoletto su cui rimase impressa la sua immagine, dopo aver asciugato il proprio sudore. Gli Orsini durante il loro governo feudale elevarono il livello sociale di gentiluomini locali, facendoli partecipare negli uffici della Camera Apostolica al Soglio Pontificio dove erano molto influenti, nell’economia protoindustriale e dell’indotto creato intorno all’allevamento ovino di cui erano gli artefici in varie province del regno, quindi negli uffici amministrativi quali possessori di numerosi feudi. Tra i Campagnesi che ebbero cariche di notevole spessore sociale si menziona il maggiore, il conte palatino Melchiorre Guerriero magister bullarum, segretario generale della Camera Apostolica, presso i papi di casa de’ Medici di Firenze, Leone X e Clemente VII. Il personaggio è noto anche per aver fondato una cappella di famiglia nella celebre chiesa di Trinità dei Monti in Roma (piazza di Spagna), adornata con dipinti della scuola del Perugino.
Il centro urbano dopo le guerre recentemente accennate fu ricostruito e cinto da mura, furono chiamati sul posto architetti e maestranze per riprogettare l’abitato, tra questi Giorgio Vasari cita Giulio Romano, l’illustre pittore e architetto allievo di Michelangelo, progettista più tardi di palazzi e autore di importanti affreschi realizzati in Mantova. In concomitanza con tali vicende, la maggiore chiesa locale di S. Maria della Giudeca fu innalzata a Collegiata nel 1514, assumendo il nome di S. Maria della Pace. Inoltre, la comunità nel 1518 ottenne da papa Leone X il titolo città e contemporaneamente l’istituzione dello Studio Generale, una Università di Studi Umanistici e Scientifici compresa la facoltà dottorale in Utroque Jure. A completare l’opera di valorizzazione della città e del feudo pervenne nel 1525, per opera di papa Clemente VII, l’elevazione della collegiata a sede vescovile, unita all’antica diocesi di Satriano in Basilicata, titolo che oggi porta unita all’arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno.
 

Il “Secolo d’Oro” dei Grimaldi Principi di Monaco

Con le guerre per il predominio sull’Italia tra Francia e Spagna, che si protrassero per alcuni anni tra il XV e il XVI secolo, gli Orsini di Gravina conti di Campagna presero le parti per i primi, perdendo. Sul trono iberico, e quindi su quello napoletano, giunto per eredità a Carlo V d’Asburgo con il titolo ereditario di Sacro Romano Imperatore - incoronato ufficialmente nel 1530 da papa Clemente VII -, tra i signori e i principi che appoggiarono la sua politica vi furono i liguri Grimaldi di Monaco, potenti della loro strategica posizione geografica sul Mediterraneo e con l’aiuto di proprie navi, quale ponte verso il centro e il nord dell’Europa. In remunerazione dei cospicui servigi alla corona ebbero la città di Campagna, quale feudo maggiore nel Regno di Napoli, capitale feudale di altre città e terre disposte tra la Campania (Monteverde), la Puglia (Canosa di Puglia, Terlizzi, il castello di Garagnone) e la Basilicata (Ripacandida con Ginestra). Si trattava di amministrare gli uffici fiscali, la vita sociale e giudiziaria imposta dalla Spagna, da cui traevano i profitti concessi nel diploma imperiale con il titolo feudale di Marchesato dal 23 giugno 1532.
Durante il governo dei Grimaldi di Monaco la città si adoperò a realizzare materialmente i titoli precedentemente assunti, che vide coinvolti in una sorta di rinascita culturale facoltosi cittadini. Numerosi giovani provenienti dalle case patrizie, dottorati nelle maggiori università italiane, vennero poi a insegnare giurisprudenza, medicina, filosofia e scienza canonica nello Studium Generalis, la locale Università di Studi, con la partecipazione alle lezioni dei maggiori rappresentanti in Italia del diritto canonico e civile dell’epoca. Contiguamente alla scuola di corsi dottorali sorsero le accademie dei Solitari, dei Taciturni e una religiosa, che ebbero i loro contatti con quelle della Crusca a Firenze, con quella degli Oziosi a Napoli e con quella Veneziana nell’omonima città. A coadiuvare l’opera degli studi universitari e la divulgazione culturale di questi professori, contribuì notevolmente l’istituzione di una tipografia sin dal 1545, del tipografo marchigiano Francesco De Fabris di Corinaldo, inaugurata con la stampa di un’opera giuridica di Giovanni Antonio De Nigris e destinata al clero operante in tutta la civiltà cattolica.
Tra il XVI e il XVII secolo due in particolare furono i personaggi campagnesi che occuparono ruoli di altissimo rilievo politico, culturale e religioso: essi sono stati Giulio Cesare Capaccio (storico, letterato e politico) e il vescovo fra’ Giambattista Visco (incaricato politico del re di Spagna e vescovo in Catalogna, Generale dei Francescani). Ma è d’obbligo ricordare che nel corso della metà del XVI secolo, durante lo svolgimento del Concilio di Trento partecipò attivamente fra Marco Lauro vescovo di Campagna, il quale assunse posizioni di rilievo sia nel contrasto alla Riforma Protestante avviata da Martin Lutero, sia su alcune questioni relative alle funzioni sacramentali. La ricchezza dei cittadini proveniva dalla diffusa proprietà terriera e montana, dai ricchi allevamenti di bestiame ovino e bovino, dai numerosi opifici protoindustriali (ferriere, cartiere, mulini, frantoi, gualchiere, concerie) azionati dai canali idrici dei fiumi Atri e Tenza, dalle attività di banco, che poi investirono nella culturale, negli uffici amministrativi civici e feudali, finanche nell’acquisto di feudi nobili di cui furono signori a vario titolo; numerose delle famiglie insediatesi nel patriziato locale provenivano dallo Stato Pontificio, dalla Repubblica di Venezia, dalla Repubblica di Genova. Tra le attività agricole la coltivazione delle olive e l’estrazione dell’olio ha da sempre costituito l’industria più vantaggiosa per la qualità del prodotto e la posizione delle estese piantagioni. Elogiata persino nell’opera di Lorenzo Giustiniani che, presentando Campagna nella sua famosa opera Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, descriveva i suoi vasti oliveti e la qualità dell’olio, come il più apprezzato nella capitale per la sua straordinaria caratteristica alimentare nell’uso commestibile a crudo.
Nell’arco di più di un secolo del dominio dei Grimaldi, la città si rese protagonista della realizzazione di numerosi edifici civili e religiosi dalla struttura rinascimentale, poi rielaborati dalla cultura barocca. I nobili e cittadini benestanti costruirono di conseguenza sontuosi palazzi dalla facciata monumentale, ornata da bei portali stemmati e dagli interni sfarzosi, loggiati colonnati, ognuno dei quali poteva vantare nel proprio interno artistiche fontane perenni e riservati servizi igieni correnti. Alcuni di questi palazzi, formati un tempo da saloni, quadrerie, armerie, da sistemi di riscaldamento e refrigerazione nelle mura, neviere, alcuni conservano al loro interno affreschi appartenenti a varie epoche. Realizzatori di queste opere non furono compiute solo da artisti e maestranze locali, ma – ad esempio -, finanche scalpellini e artisti provenienti da Carrara nel Granducato di Toscana.
Il dominio grimaldino tra il 1532 e il 1641, poi ancora tra il 1660 e il 1673, s’inserì nel pieno contesto barocco della politica Europea e Mediterranea, per cui, se da un lato creò uno sfarzo estetico e ricchezza culturale, dall’altra la politica spagnola, nella quale era compresa, portò i marchesi di Campagna a partecipare direttamente e indirettamente agli eventi della Guerra dei Trant’Anni e al passaggio della città ad altri feudatari. Durante il rientro in possesso di alcuni diritti feudali secondo alcuni documenti Luigi I di Monaco s’intitolava persino Principe di Campagna in virtù del fatto che all’epoca la città era stata elevata a tale titolo. Nella città di Campagna possedevano un loro palazzo feudale sul promontorio di S. Agostino, con giardini e una cappella dedicata a S. Giovanni Battista, nel centro cittadino il Palazzo dei Governatori, dove si conservano le tracce dello stemma inquartato dei Grimaldi di Monaco con quello dei Principi di Val di Taro. I Grimaldi che avevano iniziato la loro amministrazione feudale sul marchesato di Campagna con Onorato I di Monaco, grazie ad una serie di alleanze realizzate da Ercole I, sposando Maria Landi principessa di Valditaro, e di Onorato II, con Ippolita Trivulzio del conti di Melzo nobili di Milano, ascesero al titolo principesco nel 1612 - che ancora oggi cingono - e trasformarono in questo periodo, quali mecenati, l’antico castello dinastico nel meraviglioso Palazzo dei Principi, ricco di opere d’arte e luogo di cultura in cui si conservano ritratti e testimonianze dei Principi di Monaco Marchesi di Campagna visibili ai turisti e agli studiosi. Tra i dipinti che recano tale dicitura sono il ritratto equestre di Ercole marchese di Campagna, di Carlo II e di Onorato II.

La parentesi Caracciolina

Campagna il 30 dicembre 1642 fu concessa con il titolo di Principato a Girolamo Maria Caracciolo marchese di Torrecuso e Grande di Spagna, per i servigi resi alla corona nel corso della Guerra dei Trent’anni, in particolare nella battaglia di Fuenterrabìa e nell’assedio di Perpignan nel 1639, località poste tra l’Atlantico e il Mediterraneo agli antipodi dei Pirenei tra l’Oceano Atlantico e il Mediterraneo. In realtà, lui secondogenito e vissuto al fratello maggiore, fu favorito dal padre Carlo Andrea che si era reso celebre per aver battuto per la corona spagnola gli olandesi in Brasile (1625) e ancora a La Rochelle in Francia, nonché i Savoia a Orbetello.
Nei pochi anni di amministrazione del Principato di Campagna, a seguito della rivoluzione del 1647, i Caracciolo concessero alla città un nuovo Statuto, accordando più ampie libertà e nel 1656 dovettero sostenere il peso economico e sociale della disastrosa peste. Anche i Caracciolo furono poco fortunati nell’amministrazione feudale, perché nei nuovi accordi tra Spagna e Francia intercorsi nella Pace dei Pirenei, che volevano reintegrati i Grimaldi di Monaco con il titolo di Marchesi, su una città che aveva titolo di Principato, condivisero o spartirono alcuni corpi feudali fino al 1673, anno in cui Campagna fu reintegrata al demanio regio.

I Pironti duchi di Campagna

Dopo lunghe controversie dettate nel 1660 dai nuovi sviluppi della Trattato e Pace dei Pirenei stipulati tra Spagna e Francia, fu causa di ricontrattazione dei vecchi possessi napoletani: nel caso del feudo di Campagna per i Caracciolo di Torrecuso capitò che continuassero a intestarne il titolo principesco, per i Grimaldi di Monaco, rientrati in alcuni loro diritti sull’antico marchesato, successe che a loro volta si titolassero privatamente sin’anche principi, poiché per legge sovrana la città era stata elevata a tale grado, ciò fino al 1673 quando subentrarono nuovi scontri politici intercorsi per nuovi interessi fra i medesimi paesi. In tale empasse, in ragion di stato, Campagna passò quindi nella diretta amministrazione reale, fino alla nuova messa in vendita conclusa nel 1993. Tali contrasti furono superati con l’acquisto effettuato dalla nobile famiglia dei Pironti patrizi di Ravello. Nicolò o Nicala Pironti riuscì ad acquistare i diritti col “mero et mixto imperio” dell’amministrazione civile ed economica, ridimensionata al solo possesso città che discendeva quindi al titolo di ducato portato dal nuovo feudatario. La casata era tra le più apprezzabili del regno, per aver avuto i suoi natali in Ravello, una importante città della costa salernitana, figlia della Repubblica di Amalfi, nelle cui origini, sin dall’antichità, nelle cui origini era unanimemente riconosciuto il prestigio dei suoi patrizi, discendenti da nobili della Roma imperiale. A Ravello la famiglia nobiliare è testimoniata dal 1089, diramata in seguito anche nelle città di Barletta, Trani e Napoli fuori seggio.
Nicola comprò il feudo di Campagna, ottenendone il titolo con il privilegio reale, esecutoriato in Napoli il 24 marzo 1694. Al primo duca si deve la trasformazione del quartiere di Zappino che avvenne con la costruzione del palazzo ducale, con la creazione di una piazza abbellita da un’antica fontana con vasca centrale e, per dare maggiore visibilità alla sua abitazione, fece persino ribaltare sul nuovo spiazzo il senso d’ingresso dell’antica chiesa di SS. Salvatore e S. Antonino abate. Seguirono nel titolo e sul governo della città dal 1726, quindi durante il vicereame austriaco, il duca Gaetano, sposo di Giovanna Besozzi, proveniente da una nobilissima famiglia di Milano, poi dal 1742 seguì Gennaro terzo duca di Campagna, quando ormai aveva preso la corona di Napoli Carlo III di Borbone. Durante la feudalità dei Pironti in età Borbonica, tra scontri con la chiesa e l’aristocrazia locale, non diede impronte rilevanti, ciò nondimeno si rese benemerita nel finanziare opere artistiche e devozionali all’interno di alcune chiese, come nel caso di S. Maria del Ponte, per la quale corrispose con la costruzione dell’altare maggiore realizzato in marmi policromi da Gennaro Sanmartino. Per il resto i Pironti discendenti, altro Gaetano e il figlio Gennaro, rispettivamente quarto e quinto duca, furono gli ultimi a reggere sostanzialmente la normale amministrazione economica e giudiziaria secondo il sistema dell’antico regime, prima dell’estinzione della feudalità.
Nel corso della rivoluzione del 1799, pare che Gennaro, quarto duca di Campagna, scappasse dalla città dopo lo sbarco del cardinale Ruffo in Calabria, il ché comproverebbe l’appartenenza alla fazione repubblicana, subendo numerose depredazioni di animali e preziosi dall’insorgente borbonico ebolitano Costa amico di Vito Nicola Nunziante. Durante il governo del Decennio Francese con la fine della feudalità i Pironti vissero gestendo numerose proprietà immobiliari tra palazzi e terreni, disposte tra la città di Campagna, nel Vesuviano e Napoli. Abitarono non sempre stabilmente a Campagna fino agli inizi del XX secolo di cui ci si ricorda ancora del “Duchino” Luigi, uomo prodigo e d’animo nobile nei confronti dei campagnesi meno abbienti.
Francesco, 10° del titolo ducale (Patrizio di Ravello, Cavaliere d’Onore e Devozione e Ministro Consigliere del Sovrano Militare Ordine di Malta, Gran Ufficiale dell’Ordine Pro Merito Melitense, Cavaliere di Giustizia del S.M. Ordine Costantiniano di San Giorgio, Gran Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana) con la moglie Carolina Del Balzo di Presenzano, nel 1994 partecipò al convegno culturale del 3° Centenario del Ducato di Campagna, organizzato dall’amministrazione comunale. All’avvenimento, in ricordo delle amministrazioni feudali storiche sulla città di Campagna, parteciparono il principe Raimondo Orsini d’Aragona di Gravina con la moglie la principessa Kétèvane Bagration di Georgia, il prof. Leonardo Saviano in rappresentanza del Principe Ranieri III di Monaco, il dott. Aurelio Pironti del ramo di Montoro.
Già capoluogo di distretto del Regno delle Due Sicilie, con l'unità d'Italia divenne capoluogo di circondario e sede di distretto militare. Con l'avvento del fascismo due sue ex strutture conventuali vennero adibite a campo di concentramento per ebrei. L'importanza ottenuta nei secoli precedenti, lentamente andò scomparendo a causa della sua posizione geografica, che non consentiva un ampliamento urbanistico adeguato.

Il terremoto del 23 novembre 1980.
Colpita dal terremoto dell'Irpinia, la città subì gravi danni a tutti gli edifici, prevalentemente negli ultimi piani delle case. I principali edifici storici vennero irrimediabilmente danneggiati ed alcuni vennero esageratamente abbattuti, tra cui ben quattro palazzi nobiliari con la classica corte (il palazzo Rocco in via Mercato, il palazzo Palladino, con due stupende rampe di scale di scuola vanvitelliana, e il palazzo Di Giorgio, ubicati quasi all'altezza della Chiesa Dell'Annunziata, lungo il Corso Umberto, in prossimità della Piazza M. Guerriero, e il palazzo Buccella, in via Giudeca, con un grande portale in pietra meraviglioso, l'unico a bugnato rustico del centro storico). Furono abbattuti alcuni vicoli caratteristici, con archi, tra i quali il più bello, in Vico 2° Mercato, e due Cappelle votive molto interessanti (sec.XVI), tra la via Normanni e via Seminario. Infine, malgrado fosse vincolato dalla Soprintendenza ai B.A.A.A.S. di Salerno, ci fu l'abbattimento a distanza di sette anni dal terremoto, nel 1987, in piena ricostruzione, dell'ex complesso conventuale degli Osservanti con la Chiesa della Concezione (sec.XVI), che fu anche sede di uno dei due campi di internamento degli ebrei, nel 1943, il quale fu toccato minimamente, senza gravi danni (se non dovuti all'abbandono degli anni 70), sia dalla tremenda scossa tellurica, che da una frana causata, da un infelice intervento in cemento armato, che otturò tutte le antiche vie di sfogo dell'acqua piovana nel terreno sottostante l'edificio. In quello stesso anno, fu abbattuto anche il rudere dell'unico esempio di "Architettura Industriale", presente nella città: la centrale idro-elettrica di via Piè di Zappino, per costruire ex novo un palazzo condominiale che ha coperto la bella visuale sul centro antico, guardando dall'ingresso di via Roma-Corso Umberto 1°. La ricostruzione ha alterato notevolmente anche l'antico tessuto viario, soprattutto quel tratto che collega la via Giudeca al largo Giulio Cesare Capaccio, e un altro tratto che collega via Mercato a via Trinità.

Nota: La ricostruzione risulta alterata, anche in alcune scelte "tecniche", non proprie idonee ad un centro storico di una certa importanza, come la totale estrapolazione dell'antica pavimentazione in pietra di fiume risalente a dopo l'anno mille (che dall'asfalto, passarono al porfido) sulla lunga e stretta via medievale di San Bartolomeo, che dalla Cattedarle, porta fino al primo quartiere storico della città, con l'ex convento dei domenicani (attuale Luogo della Memoria), con l'attigua Chiesa omonima, detta anche del SS. Nome di Dio, eliminando (forse, spinti da una pigrizia progettuale e demagogica), i secolari gradoni, per renderla totalmente carrabile (nei due sensi di marcia), a discapito dei pedoni in certi punti delicati della strada, che superano di gran lunga le norme di una pendenza regolare. Si spera quanto prima in una riflessione dettata dal buon senso, per consentire, oltre alla carrabilità, anche e soprattutto, un sano e sicuro percorso pedonale, con il ripristino dei gradoni e carrabilità al centro (o con carrabilità nelle fasce laterali e i gradoni al centro), per un senso unico dovuto in tale via lunga e stretta (attualmente ancora nei due sensi di marcia, sia in salita che in discesa). Mentre l'altra strada medievale, in Via Piè di Zappino, che dall'ingresso ad arco, porta al Quartiere Zappino, già dagli anni 70, per renderla carrabile, fu soggetta ad una colata di cemento, coprendo in tal modo l'antica pavimentazione in pietra, del tutto simile a quella che una volta pavimentava la Via San Bartolomeo. Anche in questo caso si spera che avvenga una seria riflessione, nel restaurare tale strada, togliere il cemento, e ripristinarla, sia nella carrabilità a passo d'uomo, che nell'uso pedonale, con un progetto sensato, razionale, nel dovuto rispetto storico della città.

Onorificenze
Titolo di Città - nastrino per uniforme ordinaria Titolo di Città
«Bolla pontificia di papa Leone X»
— 1518.
Medaglia d'oro al Merito Civile - «La popolazione di Campagna, sfidando i divieti e le minacce di punizione e rappresaglie e dando testimonianza di elevati sentimenti di solidarietà e fratellanza umana, si adoperò per alleviare le sofferenze, dare ospitalità e, talvolta, favorire la fuga degli ebrei internati nel campo di concentramento ubicato in quel Comune. Mirabile esempio di eccezionale abnegazione ed elette virtù civili. 1940 - 1943»
— 1940 - 1943 Campagna.
Medaglia d'oro al Merito Civile -
«In occasione di un disastroso terremoto, con grande dignità, spirito di sacrificio ed impegno civile, affrontava la difficile opera di ricostruzione del proprio tessuto abitativo, nonché della rinascita del proprio futuro sociale, economico e produttivo. Mirabile esempio di valore civico ed altissimo senso di abnegazione» — Campagna 23 novembre 1980
È stata promossa un'iniziativa presso lo Yad Vashem di Gerusalemme dal Comitato Giovanni Palatucci e dal rabbino Scialom Bahbout, di far attribuire a Campagna il titolo di Città dei Giusti.

Testi: prof. Maurizio Ulino

 

 

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