Abbazia di Santa Maria La Nova

di Cristian Viglione

Tra i luoghi che meglio raccontano la lunga storia religiosa e culturale di Campagna, un posto di particolare rilievo è occupato dall’antico complesso di Santa Maria de Callis, oggi conosciuto come Santa Maria La Nova.
La sua vicenda attraversa più di dodici secoli di storia e si intreccia con le principali trasformazioni che hanno interessato il territorio campagnese: la diffusione del monachesimo benedettino, l’arrivo dei Normanni, le incursioni e gli abbandoni del Medioevo, la presenza degli Olivetani e dei Minimi di San Francesco da Paola, il ruolo delle famiglie nobili locali e, infine, la trasformazione dell’antico cenobio in chiesa parrocchiale.
Visitare Santa Maria La Nova significa quindi entrare in un luogo nel quale architettura, fede, cultura e memoria della comunità si sono sovrapposte nel corso dei secoli.

Le origini: dall’antichità al monachesimo
Per comprendere la storia di questo luogo è necessario compiere un lungo viaggio a ritroso.
Alcuni storiografi del passato come A.V. Rivelli, fanno risalire la fondazione della primitiva chiesa nell'esatta posizione dove un tempo esisteva il Tempio di Apollo, edificato diversi secoli prima dell’era cristiana. Intorno all’inizio del V secolo, durante le incursioni dei Visigoti guidati da Alarico, il tempio sarebbe stato distrutto.
La tradizione lega inoltre la primitiva struttura religiosa a un orientamento verso est, scelto affinché la facciata fosse rivolta verso Gerusalemme e verso le prime luci del giorno.
Al di là delle tradizioni che accompagnano queste origini, ciò che appare particolarmente significativo è la continuità d’uso religioso dell’area: sulle antiche strutture del mondo romano si sarebbe progressivamente sviluppato un nuovo luogo destinato alla fede cristiana.

La nascita della comunità benedettina
Il passaggio decisivo avvenne nel VI secolo con la diffusione della spiritualità di San Benedetto da Norcia.
Secondo la tradizione locale, nel 542 San Placido, insieme ad altri monaci benedettini, fece tappa a Campagna durante il viaggio di ritorno dalla Sicilia, contribuendo alla diffusione del credo benedettino nel territorio.
Intorno al 560, nei pressi dell’antica chiesa dedicata a Santa Maria in Furano, sarebbero stati realizzati i primi ambienti destinati alla vita della comunità religiosa.
Per la costruzione vennero utilizzati anche materiali provenienti dalle antiche strutture preesistenti. La pietra dell’antico mondo pagano divenne così parte delle nuove strutture cristiane.
La fondazione ufficiale dell’abbazia viene tradizionalmente collocata nel 769, ad opera del monaco benedettino Pellegrino, al quale si unirono rapidamente circa trenta confratelli. Pellegrino sarebbe divenuto il primo abate del cenobio campagnese, strettamente legato alla grande abbazia di Montecassino.
La nuova comunità non si limitò alla vita religiosa. Il monastero assunse fin da subito anche una funzione sociale e assistenziale. Le strutture precedenti alla fondazione del vero e proprio cenobio erano state utilizzate anche come luogo di accoglienza per gli indigenti.
Secondo la tradizione, proprio in questo ambiente venne accolto da bambino Sant’Antonino Cacciottolo, futuro patrono di Campagna. Rimasto prematuramente orfano di entrambi i genitori, il giovane viveva nelle vicinanze e sarebbe stato accolto nella comunità prima di intraprendere il cammino che lo avrebbe condotto a Montecassino.

Il monastero e i suoi spazi
L’antico complesso conventuale era molto più articolato di quanto oggi sia possibile percepire.
La struttura comprendeva la chiesa, il chiostro, la cucina, il refettorio e le celle dei monaci, collegati tra loro da percorsi interni e da un corridoio colonnato.
Il chiostro costituiva il cuore della vita monastica: uno spazio di collegamento, meditazione e preghiera attorno al quale si sviluppavano gli ambienti principali del cenobio.
Nel XIII secolo venne realizzato un grande chiostro rettangolare, delle dimensioni di circa 12,20 per 22,95 metri. Era formato da tre campate sui lati minori e cinque su quelli maggiori, con volte a crociera. Le strutture del piano superiore poggiavano su elementi in pietra sormontati da capitelli.
Del chiostro medievale oggi restano soltanto due colonne e un capitello, preziose testimonianze di una struttura un tempo molto più ampia.
Un secondo chiostro venne realizzato nel XVI secolo, nella parte sud-orientale del monastero. Aveva forma quadrangolare, con dimensioni di circa 18,35 per 19 metri, ed era costituito da sette arcate per lato.
Le arcate poggiavano su colonne in pietra calcarea, sormontate da capitelli di stile ionico. Anche di questo secondo chiostro rimangono oggi soltanto tre colonne e tre capitelli.
A completare il complesso vi era un giardino terrazzato, esteso nella parte orientale del monastero. Un muro di cinta, sostenuto da contrafforti, proteggeva le parti orientale e meridionale della struttura e si raccordava, sul lato settentrionale, con le mura del monastero nei pressi delle scale che conducevano al piano superiore.
Questi resti consentono ancora oggi di ricostruire idealmente le dimensioni e l’organizzazione dell’antico cenobio.

Un centro di cultura e di studi
La vita della comunità benedettina conobbe una fase particolarmente fiorente tra il IX e il X secolo.
L’abbazia divenne infatti un rinomato centro di studi, nel quale vennero istituiti corsi di formazione e un noviziato. Il monastero era quindi contemporaneamente luogo di preghiera, formazione, cultura e conservazione del sapere. La presenza dei monaci contribuì a fare di Santa Maria de Callis uno dei principali punti di riferimento religiosi e culturali del territorio.
L’attività intellettuale della comunità trovò espressione anche nella produzione e nella conservazione di manoscritti. Tra le testimonianze ricordate dalla tradizione figura una pergamena del 980, attribuita al monaco Pietro da Fondi e dedicata alla Vita di Sant’Antonino. Il rapporto con Montecassino rimase a lungo fondamentale. Nel corso del tempo, tuttavia, le vicende politiche e militari dell’Italia meridionale condizionarono profondamente anche la vita del monastero.
Nell’818 i Benedettini furono costretti ad abbandonare temporaneamente l’abbazia per sottrarsi alle incursioni e alle devastazioni. Soltanto nell’823 poterono fare ritorno. Il legame con Montecassino continuò fino al 938, quando il complesso passò sotto la direzione dell’abbazia di Salerno.

Le invasioni e gli abbandoni medievali
La posizione dell’abbazia, immersa nel territorio montano e lontana dai principali centri abitati, la rese più volte vulnerabile alle vicende belliche.
Tra l’XI e il XII secolo si verificò un nuovo abbandono. Le incursioni saracene prima e le successive guerre legate all’affermazione normanna costrinsero i monaci a cercare rifugio presso il monte Palmentara, dove venne realizzato il convento dell’eremo dedicato ai Santi Filippo e Giacomo.
La storia del monastero dimostra così quanto la vita delle comunità religiose fosse strettamente condizionata dalle trasformazioni politiche e militari del territorio.

Roberto il Guiscardo e il restauro del 1076
Una nuova fase si aprì nel 1076, quando Roberto il Guiscardo, su richiesta di Aldemario, presunto vescovo di Sant’Angelo dal 1072 al 1083 e già abate di Santa Maria di Monteauro, ordinò importanti lavori di restauro dell’antico complesso.
All’iniziativa parteciparono anche gli esponenti della famiglia Guerriero, che mantennero nel tempo un rapporto particolarmente stretto con l’abbazia.
Il restauro modificò profondamente l’aspetto delle antiche strutture, contribuendo a consolidarle e a rinnovarle.
Il Guiscardo scelse inoltre come vescovo del cenobio Desiderio Guerriero, figlio di Errico, rafforzando ulteriormente il legame tra il complesso religioso e la nobile famiglia campagnese.

Da De Callis a Santa Maria La Nova
Il complesso attraversò nei secoli successivi nuovi periodi di difficoltà.
Nel 1213 i frati si trasferirono presso la badia di Cava de’ Tirreni. Nel 1220 furono invece avviati importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento della chiesa e degli edifici conventuali.
È proprio durante questa fase che il complesso assunse la denominazione di Santa Maria La Nova, nome con il quale è conosciuto ancora oggi.
La nuova denominazione accompagnò una fase di rinnovamento che, tuttavia, non cancellò le tracce delle strutture più antiche.

La Colonna di Sant’Antonino
Un capitolo particolarmente importante della storia dell’abbazia è legato alla memoria del suo antico ospite, Sant’Antonino Cacciottolo.
Intorno all’anno Mille, dopo la distruzione dell’abbazia di Montecassino, i monaci si adoperarono per mettere in salvo la cosiddetta Colonna Taumaturgica, tradizionalmente legata a San Benedetto e alla sua lotta contro le tentazioni del maligno. La colonna venne trasferita a Campagna e divenne nel tempo uno dei simboli più importanti della devozione cittadina.
Il 13 dicembre 1258, durante uno degli ennesimi periodi di abbandono del monastero, la colonna di Sant’Antonino venne trasferita nella chiesa di Zappino, nel cuore dell’attuale centro storico, probabilmente per proteggerla dalle incursioni e dalle difficili condizioni ambientali che interessavano la zona.
La memoria del Santo continuò comunque a rimanere profondamente legata a Santa Maria La Nova.

Dall’abbazia benedettina alla commenda
La lunga stagione benedettina si concluse nel XV secolo.
Nel 1462 morì l’ultimo abate, il campagnese Francesco Santillo, che per molti anni aveva guidato la comunità. Dopo la sua morte l’abbazia venne trasformata in una commenda cavalleresca e nel 1468 fu affidata a Orlando Orsini, all’epoca appartenente all’Ordine dei Minimi.
Poco tempo dopo Orsini fu nominato vescovo di Nola e la commenda passò a Luigi Guerriero, zio di Melchiorre Guerriero.
Da questo momento iniziò un rapporto particolarmente significativo tra la famiglia Guerriero e Santa Maria La Nova, destinato a incidere profondamente sulla storia e sulla conservazione del complesso.
Un episodio significativo si verificò nel 1483, quando San Francesco da Paola, diretto in Francia su richiesta di papa Sisto IV per raggiungere il re Luigi XI, gravemente malato, fece tappa proprio presso il convento di Santa Maria La Nova.
La presenza del Santo contribuì ulteriormente ad arricchire la memoria religiosa del luogo.

I Minimi e il grande rinnovamento del Cinquecento
Nel 1514 il monastero venne temporaneamente soppresso e i suoi beni furono destinati al sostegno della nuova Collegiata di Santa Maria della Pace. Due anni dopo, nel 1516, il conte feudatario Ferdinando Orsini e i canonici reggenti affidarono il convento ai Minimi di San Francesco da Paola.
L’arrivo dei Minimi segnò una nuova fase nella storia dell’edificio. Melchiorre Guerriero, particolarmente vicino all’ordine religioso, promosse un importante intervento di ristrutturazione.
I lavori, avviati nel 1516, si conclusero nell’arco di circa quattro anni. Furono realizzati nuovi ambienti e migliorate le strutture esistenti, senza però modificare radicalmente l’impianto generale dell’edificio. Nel 1520, a ricordo della conclusione dei lavori, venne collocata all’interno del complesso una lapide commemorativa.
Dopo la morte di Melchiorre Guerriero, avvenuta nel 1525, Santa Maria La Nova beneficiò inoltre di un importante lascito librario. Il gesto testimonia il profondo legame che il nobile campagnese aveva sviluppato nei confronti di questo luogo e della sua tradizione culturale.

Il progetto dell’ospedale e il lungo abbandono
Nel 1615, con la partenza dei Paolotti, Santa Maria La Nova passò sotto la gestione del Capitolo Cattedrale di Campagna.
In quegli anni il Comune e gli amministratori cittadini pensarono di trasformare l’antico complesso conventuale in un ospedale.
Il progetto, tuttavia, non venne realizzato. La distanza dal centro storico e le difficoltà legate ai patronati delle cappellanie resero impossibile la trasformazione. Da quel momento l’antico cenobio conobbe un lungo periodo di abbandono e incuria.

La rinascita di monsignor Fontana
La situazione cambiò nel 1720-1721, quando il vescovo Francesco Saverio Fontana decise di intervenire personalmente.
Durante una visita pastorale, Fontana constatò le condizioni precarie dell’edificio e venne a conoscenza dell’antica tradizione secondo la quale Sant’Antonino aveva trascorso proprio in questo luogo parte della sua giovinezza.
Il vescovo volle quindi recuperare l’antico complesso e finanziò importanti lavori di ristrutturazione e abbellimento.
Gli interventi interessarono anche gli altari, che vennero arricchiti e restaurati.
Ma Fontana non si limitò al recupero materiale dell’edificio. La sua opera contribuì anche a riportare Santa Maria La Nova al centro della devozione cittadina. Nel corso della visita pastorale, infatti, venne a conoscenza di antiche suppliche rivolte dagli abitanti di Campagna durante i periodi più difficili della loro storia. I cittadini avevano promesso di compiere un cammino di penitenza qualora fossero stati liberati dalle continue invasioni e distruzioni che avevano colpito il territorio.
Fontana decise di mantenere quella promessa e istituì la solenne processione del Lunedì in Albis.
Ancora oggi questa tradizione viene celebrata: la Madonna della Neve e San Francesco da Paola vengono accompagnati presso Santa Maria La Nova, dove rimangono per quindici giorni prima di fare ritorno nelle loro sedi.

La proprietà comunale
Alla fine del XIX secolo l’antico convento dovette affrontare una nuova fase di difficoltà.
Nel 1891, a seguito dell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte dello Stato, l’ex convento venne messo all’asta.
La comunità campagnese non volle però perdere definitivamente un luogo così importante.
Nel 1892, il Comune di Campagna acquistò il cenobio di Santa Maria La Nova, attraverso un atto notificato dal notaio C. Casalbore di Salerno.
L’acquisto da parte del Comune rappresentò un momento fondamentale per la salvaguardia dell’edificio e per il suo futuro utilizzo a servizio della comunità.
Nel frattempo si sviluppò il progetto per fare di Santa Maria La Nova una realtà parrocchiale autonoma.
Nel 1931, monsignor Carmine Cesarano pose le basi per l’elevazione della chiesa a vicaria. Il percorso si concluse nel 1959, quando monsignor Giuseppe Maria Palatucci la dichiarò ufficialmente parrocchia.

Il terremoto del 1980 e il restauro
L’ultimo grande capitolo della storia dell’edificio è legato al terremoto del 23 novembre 1980.
Il sisma dell’Irpinia provocò ingenti danni al complesso, rendendo necessari importanti interventi di consolidamento e restauro.
I lavori durarono circa dieci anni e si conclusero nel 1990. In quell’anno l’arcivescovo di Salerno, monsignor Grimaldi, benedisse nuovamente l’edificio restaurato e il grande affresco realizzato dal compianto artista campagnese Nino Aiello, collocato alle spalle dell’altare.
L’opera raffigura l’apparizione della Madonna di Fatima ai tre pastorelli e costituisce una delle testimonianze artistiche più recenti presenti all’interno della chiesa.

Una visita attraverso dodici secoli di storia
Oggi Santa Maria La Nova si presenta al visitatore come una struttura nella quale è possibile leggere, quasi come sulle pagine di un libro, le diverse epoche che si sono succedute.
Il chiostro d’ingresso del XVI secolo, le tracce del più antico chiostro medievale, le colonne e i capitelli superstiti, il vano scale cinquecentesco, la chiesa a navata unica e gli elementi architettonici conservati raccontano una storia fatta di continui cambiamenti.
Qui convivono le tracce dell’antico cenobio benedettino, le trasformazioni medievali, gli interventi normanni, la stagione degli Olivetani e dei Minimi, il rinnovamento settecentesco voluto da Fontana e i restauri moderni successivi al terremoto. Ma Santa Maria La Nova non è soltanto un monumento.
È un luogo che ha accompagnato la vita della comunità di Campagna per più di mille anni. Qui hanno pregato monaci e fedeli, hanno studiato generazioni di religiosi, sono stati accolti pellegrini e indigenti, sono state custodite memorie legate ai santi e sono nate tradizioni che ancora oggi fanno parte della vita della città.
Dalle antiche pietre del mondo romano alle strutture del cenobio benedettino, dalle vicende dei Normanni alle trasformazioni dei Minimi, fino alla nascita della parrocchia e alla rinascita dopo il terremoto del 1980, ogni epoca ha lasciato una propria impronta.
Visitare oggi Santa Maria La Nova significa quindi compiere un vero e proprio viaggio nel tempo: un percorso che conduce dalle origini dell’antico monastero fino alla comunità parrocchiale contemporanea. E forse è proprio questa la caratteristica più affascinante del complesso: Santa Maria La Nova non conserva soltanto la memoria del passato, ma continua ancora oggi a essere un luogo vivo, nel quale la storia di Campagna può essere incontrata, raccontata e vissuta.
TESTI CONSULTATI
1. Rubino Luongo – Il territorio di Campagna in età antica ed Alto Medio Evo – Edizioni 10/17 anno 2011
2. Rubino Luongo – Campagna 500° - Dalla nascita dell'insediamento urbano (sec.XI) alla istituzione della Diocesi (1525) – Ass. G.Bruno anno 2013
3. Valentino Izzo – Collana di libri Raccontare Campagna...Le fabbriche religiose – anno 2004
4. Chronicon Volturnense. - Ed. Federici, Roma 1925.
5. Maria Raffaella Pessolano – Immagine e storia di Campagna centro minore meridionale. Anno 1985 – Edizioni Scientifiche Italiane.
6. Manoscritto antico G.D. GUERRIERI – p. XXXIII, nota 111
7. Campagna Medievale tra XI e XIII secolo – L.Ganelli – anno 2005 - Edizioni Scientifiche Italiane.
8. Memorie storiche della Città di Campagna – A.V. Rivelli – anno 1895 – Ed. Forni.
9. Carmine Carlone – Melchiorre Guerriero e la Diocesi di Campagna. App. doc. a cura di F.Mottola – 1984 – Salerno E.S.S.M.
10. A. Balducci – L'archivio diocesano di Salerno, cenni sull'archivio del Capitolo Metropolitano. Vol. I Salerno 1959-60.
11. Cathopedia, l'enciclopedia cattolica. - Diocesi di Campagna https://it.cathopedia.org/wiki/Diocesi_di_Campagna
12. Anna Giordano – I regesti delle pergamene del Capitolo Di Campagna (1170 – 1772) – anno 2004 – Ed.E.S.S.M.
13. Carmine Carlone – Francesco Mottola– I regesti delle pergamene dell'abbazia di S.Maria Nova di Calli – 1981 – Salerno E.S.S.M.

 

 

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