Frà Giovanni Battista Visco.
di Cristian Viglione
Tra gli uomini nati a Campagna che riuscirono a raggiungere i vertici della Chiesa e della cultura europea del Seicento, Giovanni Battista Visco occupa un posto davvero singolare.
Nacque a Campagna nel 1583, in una famiglia della borghesia cittadina. La sua vita religiosa iniziò molto presto e fu legata al convento francescano di Santa Maria d'Avigliano, luogo che avrebbe conservato per sempre un significato particolare nella sua memoria. Secondo una tradizione riportata dalle fonti locali, il suo nome di battesimo potrebbe essere stato Bartolomeo. Nel 1594, ancora giovanissimo, ricevette la tonsura proprio a Campagna dal vescovo Giulio Cesare Guarnieri, figura che abbiamo già incontrato nella storia religiosa della città. È un dettaglio che ci permette di cogliere quanto la storia di questi uomini sia intrecciata. Guarnieri, vescovo campagnese, consacrava alla vita ecclesiastica un giovane concittadino.
Quarant'anni dopo, quello stesso giovane sarebbe arrivato ai vertici dell'Ordine francescano e avrebbe avuto rapporti diretti con la corte di Filippo IV di Spagna.
Dalla Madonna d'Avigliano agli studi superiori
Dopo i primi anni di formazione religiosa, Visco proseguì gli studi a Napoli, distinguendosi per la preparazione teologica. La sua cultura non era soltanto quella necessaria alla vita conventuale. Era un uomo di studio, profondamente interessato alla teologia e alla filosofia, con una particolare attenzione al pensiero francescano e alla tradizione di Duns Scoto.
La sua preparazione gli consentì di insegnare teologia in diversi importanti centri dell'Italia meridionale: L'Aquila, Palermo e Napoli.
Questa esperienza di insegnamento fu fondamentale. Visco non era soltanto un religioso. Era diventato un intellettuale dell'Ordine, capace di muoversi tra gli studi teologici, la vita ecclesiastica e le responsabilità di governo. E proprio queste qualità lo avrebbero condotto verso incarichi sempre più importanti.
La carriera nell'Ordine francescano
La sua ascesa all'interno dell'Ordine fu progressiva. Ricoprì incarichi di responsabilità a livello provinciale e divenne Segretario generale dell'Ordine dei Frati Minori Osservanti. Poi arrivò il momento che avrebbe cambiato definitivamente la sua vita.
Nel Capitolo generale di Toledo del 14 maggio 1633, Giovanni Battista Visco fu eletto Ministro generale dell'Ordine. Rimase alla guida dei Francescani fino al 1639. La data è importante perché corregge una tradizione locale che colloca la sua elezione nel 1631. Non fu quindi nel 1631, ma nel 1633, che un figlio di Campagna raggiunse uno degli incarichi più prestigiosi che un religioso francescano potesse ricoprire. E non era un incarico puramente simbolico.
Il Ministro generale doveva coordinare una realtà religiosa vastissima, articolata in numerosissime province e conventi distribuiti in Europa e in altre parti del mondo. Per Visco significava passare definitivamente dalla dimensione locale a quella internazionale.
Un francescano alla corte di Filippo IV
La sua posizione lo mise in contatto con la corte della monarchia spagnola.
Visco godeva infatti della fiducia di ambienti vicini a Filippo IV, il potente sovrano degli Asburgo di Spagna.
La documentazione storica mostra che il rapporto non fu semplicemente cerimoniale: Visco ebbe anche un ruolo di interlocutore e informatore della corte, proprio grazie alla posizione che ricopriva nell'Ordine e alla reputazione di uomo dotto, prudente e autorevole. È in questo ambiente che si colloca anche il celebre aneddoto tramandato dalla tradizione campagnese. Si racconta che, durante un incontro con il re, il giovane principe Carlo, futuro Carlo II, osservando l'abito semplice del francescano, avrebbe domandato al padre come mai un sovrano potesse intrattenersi con un uomo dall'aspetto così umile.
Filippo IV gli avrebbe allora fatto comprendere che le apparenze potevano ingannare: quell'uomo vestito da frate possedeva un'autorità immensa, perché rappresentava uno degli Ordini religiosi più diffusi e potenti del mondo.
L'episodio, nella forma in cui è tramandato, appartiene soprattutto alla tradizione biografica e non va considerato una cronaca letterale. Ma il suo significato è molto bello. Il re voleva insegnare al figlio che il potere non si misura dagli abiti. E per farlo indicava proprio un frate.
L'uomo oltre l'abito
Al di là dell'aneddoto, la carriera di Visco dimostra quanto fosse grande la distanza percorsa da quel giovane nato a Campagna. Era entrato nel convento di Avigliano. Aveva studiato a Napoli. Aveva insegnato teologia. Era diventato Segretario generale. E nel 1633 era stato scelto come Ministro generale dell'intero Ordine. Non era dunque un semplice religioso. Era diventato uno degli uomini più autorevoli del mondo francescano.
La sua cultura gli consentì inoltre di partecipare al grande dibattito teologico sull'Immacolata Concezione.
Nel 1625 aveva pubblicato a Firenze le Conclusiones ex universa theologia, mentre nel 1633, a Madrid, diede alle stampe il Tractatus pro Immaculata B.V. Conceptione asserenda ultimaque huius opinionis decisione.
Queste opere mostrano quanto la sua attività intellettuale fosse profondamente legata alla teologia francescana e alla difesa dell'Immacolata.
Una passione che, come vedremo, avrebbe avuto conseguenze anche nella sua attività episcopale.
Il vescovo di Tortosa
Terminato il suo generalato, nel 1639 arrivò un altro grande riconoscimento. Visco venne destinato alla dignità episcopale. Una prima designazione riguardò Reggio Calabria, ma non fu quella la sede nella quale avrebbe esercitato il suo episcopato. La sede alla quale venne effettivamente destinato fu Tortosa, in Catalogna. Il re Filippo IV ne sostenne la candidatura e la conferma pontificia arrivò nel 1640, con la nomina ufficiale del 16 luglio. Visco raggiunse Tortosa nel settembre dello stesso anno. Ancora una volta, un campagnese si trovava lontanissimo dalla propria città. Ma la storia gli avrebbe riservato una delle prove più difficili della sua vita.
Tortosa e la guerra dei Segadors
Quando Visco arrivò a Tortosa, la Catalogna era attraversata da una gravissima crisi politica e militare.
Era iniziata la guerra dei Segadors, la rivolta catalana contro la monarchia spagnola. Tortosa divenne uno dei luoghi strategici del conflitto.
Visco si trovò così a governare una diocesi nel pieno di una guerra civile e politica, in una città contesa tra le diverse fazioni. La sua posizione fu fortemente legata alla fedeltà alla monarchia di Filippo IV. Il suo episcopato assunse quindi anche una dimensione politica che andava molto oltre la normale amministrazione di una diocesi.
Nel 1642 e nuovamente nel 1648, durante gli assedi, Visco rimase coinvolto direttamente nella difesa della città e nel rapporto con le autorità politiche e militari.
Non fu un vescovo che si limitò a osservare gli avvenimenti dal proprio palazzo. Fu costretto a viverli.
Un vescovo in mezzo alla guerra
La situazione divenne ancora più drammatica nel 1648, quando Tortosa cadde nelle mani dei francesi. Visco dovette lasciare temporaneamente la città.
Il suo episcopato fu quindi segnato da anni di guerra, spostamenti, perdita di beni e difficoltà personali.
La documentazione studiata dagli storici mostra però quanto fosse determinato a tornare nella propria diocesi e a recuperare la sede.
La sua permanenza a Tortosa non fu dunque una parentesi tranquilla. Fu una vera prova di carattere.
E forse proprio qui si comprende meglio quell'uomo che Filippo IV aveva imparato ad apprezzare: un religioso colto, ma anche fermo, energico e capace di assumersi responsabilità difficili.
La battaglia per l'Immacolata
Accanto alla dimensione politica, Visco continuò a coltivare la propria grande passione teologica: la devozione all'Immacolata Concezione.
La sua posizione era profondamente radicata nella tradizione francescana.
Durante il suo episcopato a Tortosa favorì il culto mariano e sostenne iniziative che collegavano la devozione all'Immacolata alla stessa identità religiosa e politica della monarchia spagnola.
Il suo impegno raggiunse una forma concreta anche nella fondazione del Real Monasterio de la Purísima Concepción Victoria di Tortosa, per il quale lavorò affinché la nuova comunità religiosa potesse svilupparsi secondo una rigorosa osservanza.
Anche in questo caso ritroviamo l'uomo di studio accanto all'uomo di governo.
Il ricordo di Campagna
Nonostante la sua vita lo avesse portato lontanissimo, Visco non dimenticò Campagna. E fu proprio durante gli anni del suo generalato che compì un gesto destinato a lasciare una traccia profonda nella memoria religiosa della città.
Il 16 agosto 1636 donò a Campagna una preziosa reliquia: il capo della vergine e martire Santa Apalia, proveniente dalle catacombe romane.
La storia della reliquia è oggi conosciuta con maggiore precisione grazie agli studi dell'Ufficio per la Custodia delle Reliquie dell'Arcidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno. La reliquia era stata estratta nel 1620 dalla Catacomba di Priscilla, a Roma, e successivamente autenticata. Nel 1629 il cardinale Francesco Barberini ne aveva attestato l'autenticità e, in seguito, la reliquia arrivò nelle mani di Giovanni Battista Visco, che decise di offrirla alla propria città natale.
Il dono fu accolto dalla comunità campagnese e venne preparato un prezioso reliquiario. La consegna materiale avvenne attraverso fra Antonio di Napoli e il ritiro ufficiale da parte dei rappresentanti della città è documentato al 20 agosto 1636.
È un dettaglio che corregge leggermente la tradizione del 16 agosto: quella data ricorda il dono, mentre la documentazione della Custodia delle Reliquie registra il successivo ritiro da parte dei rappresentanti cittadini.
Santa Apalia e la memoria di Campagna
La reliquia divenne una delle presenze più importanti della devozione campagnese. Per lungo tempo fu legata al Sedile di San Bernardino e alla zona dell'attuale piazza Melchiorre Guerriero. Ma oggi sappiamo qualcosa in più.
La reliquia è attualmente custodita nella Cattedrale di Santa Maria della Pace, all'interno di un busto-reliquiario del Seicento. La documentazione ecclesiastica ne ricostruisce anche la storia materiale e chiarisce un aspetto particolarmente curioso: il nome della santa presenta diverse forme — Aspasia, Aspalia e Apalia — derivanti dalla trasmissione e dalla normalizzazione dell'iscrizione originaria.
Questo piccolo dettaglio rende la vicenda ancora più affascinante. La reliquia non è soltanto un oggetto di devozione. È anche un documento storico.
Racconta il viaggio di una testimonianza dalle catacombe romane alla Campagna del Seicento. E racconta soprattutto il legame che un uomo, arrivato ai vertici della Chiesa, volle mantenere con la propria città.
Un dono alla sua terra
Possiamo immaginare il significato che dovette avere per i campagnesi del Seicento ricevere una reliquia direttamente da un proprio concittadino diventato Ministro generale dei Francescani. Visco avrebbe potuto accumulare onori per sé.
Avrebbe potuto lasciare il proprio nome nelle corti e nelle diocesi straniere. Invece volle che qualcosa della sua esperienza tornasse a Campagna.
Una reliquia.
Un segno concreto. Un dono alla città natale. Ed è forse proprio questo il particolare che più ci avvicina all'uomo.
Perché dietro il potente Ministro generale, dietro il vescovo e il teologo, continuava a esserci Giovanni Battista Visco da Campagna.
Il vescovo di Pozzuoli
Dopo gli anni difficili di Tortosa, Visco desiderò tornare in Italia.
La sede di Pozzuoli divenne allora la sua nuova destinazione. Nel 1653, per volontà di papa Alessandro VII, fu trasferito alla diocesi puteolana. Rimase vescovo di Pozzuoli fino alla morte.
Era ormai un uomo anziano. Aveva vissuto in conventi, università e corti. Aveva governato il più grande Ordine religioso della Chiesa cattolica. Aveva attraversato una guerra. Aveva guidato una diocesi straniera. Aveva conosciuto personalmente uno dei più potenti sovrani d'Europa. E ora tornava in Italia per trascorrere gli ultimi anni della sua vita.
La morte
Le fonti non sono perfettamente concordi sull'anno della morte: la tradizione campagnese indica il 15 novembre 1660, mentre altre fonti biografiche riportano 1659 o 1663.
La documentazione storica più recente e gli studi sull'episcopato di Tortosa collocano generalmente la sua morte nei primi anni Sessanta del Seicento; la tradizione locale conserva invece con forza la data del 15 novembre 1660. È quindi preferibile mantenere questa data come tradizionale, senza ignorare l'esistenza della discordanza documentaria. Morì a Pozzuoli, dopo una vita trascorsa tra Campagna, Napoli, Roma, Spagna e Catalogna.
Le sue spoglie furono poi trasferite a Tortosa, dove vennero sepolte nel convento della Purísima.
Un campagnese d'Europa
La vicenda di Giovanni Battista Visco è una delle più straordinarie della storia di Campagna.
Nacque in una città dell'entroterra salernitano. Entrò nel convento di Avigliano. Studiò a Napoli. Insegnò teologia. Diventò Segretario generale.
Poi, nel 1633, fu scelto come Ministro generale dei Francescani. Da lì entrò nei circuiti della monarchia spagnola. Conobbe Filippo IV. Divenne vescovo. Governò Tortosa durante una delle guerre più difficili della storia catalana. E infine concluse la propria esistenza come vescovo di Pozzuoli.
Una vita che sembra quasi troppo grande per essere racchiusa dentro una sola biografia. Eppure tutto era cominciato qui. A Campagna.
Il campagnese
Forse è proprio questo che rende Giovanni Battista Visco così importante per la memoria della nostra città. Non fu soltanto un grande francescano. Non fu soltanto un teologo. Non fu soltanto un vescovo. Fu un campagnese che riuscì ad arrivare ai vertici della Chiesa del suo tempo senza recidere il legame con la propria terra. La reliquia di Santa Apalia ne è la testimonianza più concreta. Oggi possiamo entrare nella Cattedrale di Santa Maria della Pace e incontrare ancora quel dono. Un piccolo frammento della storia di un uomo che attraversò l'Europa.
Un frammento arrivato dalle catacombe di Roma, passato attraverso le mani di cardinali e religiosi e infine giunto a Campagna per volontà di un suo figlio. E forse è proprio davanti a quella reliquia che la sua storia può essere raccontata nel modo più semplice.
Giovanni Battista Visco partì da Campagna, conquistò il mondo della Chiesa del Seicento e, quando ebbe raggiunto i vertici del potere religioso, volle comunque lasciare qualcosa alla città dalla quale era partito. Non un titolo. Non una carica. Non un monumento. Ma una reliquia. Un dono. Un pezzo di memoria. E dopo quattro secoli, quel dono è ancora qui. A ricordarci che anche dalle strade di Campagna potevano partire uomini capaci di arrivare lontanissimo.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. Ida Mauro – Giovan Battista Visco De Campagna, Obispo De La «fidelísima Y Exemplar» Ciudad De Tortosa En Los Años De La Guerra Dels Segadors
2. Liberato Luongo – Padre Giovan Battista Visco da Campagna (1583-1659)
3. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le persone illustri. - anno 2004

