Giulio Cesare Capaccio
di Cristian Viglione
Tra gli uomini che più di ogni altro portarono il nome di Campagna fuori dai confini del Mezzogiorno, Giulio Cesare Capaccio occupa un posto speciale.
La tradizione campagnese lo vuole nato nel 1550, nel nascente abitato di Casalnuovo, nei pressi della Chiesa della Trinità, da Paolo Antonio Capaccio e Francesca de Manna. Le fonti biografiche più autorevoli collocano invece la sua nascita negli ultimi mesi del 1552: una differenza cronologica che non cambia la sostanza della sua vicenda, né il legame profondissimo che egli mantenne con la città natale.
Capaccio nacque in una famiglia benestante e, come era consuetudine negli ambienti più agiati della Campagna del tempo, venne avviato molto presto agli studi.
La sua prima formazione avvenne nell'ambiente culturale dello Studio Generale di San Bartolomeo, uno dei luoghi simbolo della straordinaria stagione intellettuale vissuta da Campagna nel Cinquecento. Qui incontrò uomini destinati a influenzare profondamente il suo percorso, tra i quali Marco Fileta Filiuli, che la tradizione ricorda come suo precettore.
E proprio Fileta, con la sua passione per l'antichità, la letteratura e la storia del territorio, sembra aver rappresentato per il giovane Giulio Cesare un modello particolarmente importante. Ma Capaccio aveva già dentro di sé qualcosa che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: una curiosità inesauribile.
Dal diritto alle lettere
Come molti giovani appartenenti alle famiglie agiate dell'epoca, iniziò dedicandosi anche agli studi giuridici.
Ma il diritto non riuscì a conquistare completamente il suo interesse. Capaccio era attratto dalle lettere classiche, dalla storia, dall'antiquaria e dalla cultura religiosa. Quella che poteva sembrare una semplice formazione umanistica sarebbe diventata, negli anni, una vera vocazione.
Proseguì gli studi a Napoli e li completò a Bologna, dove perfezionò la propria formazione giuridica. Da lì iniziò una lunga serie di viaggi attraverso la Penisola, entrando in contatto con ambienti culturali e personaggi di grande prestigio. Tra gli incontri più importanti vi fu quello con il cardinale Alessandro Farnese, detto il cardinale di Montalto, futuro papa Sisto V, al quale Capaccio rimase particolarmente legato.
Fu un periodo fondamentale. Capaccio non stava semplicemente studiando. Stava costruendo quella rete di conoscenze che, nel corso della sua vita, gli avrebbe permesso di muoversi tra università, corti, ambienti ecclesiastici e istituzioni politiche. E soprattutto stava diventando ciò che sarebbe rimasto per sempre: un uomo di cultura.
Un uomo in viaggio
La sua vita fu infatti caratterizzata da continui spostamenti. Napoli, Bologna, Roma, Campagna e, più avanti, Urbino furono soltanto alcune delle città nelle quali soggiornò. Ogni viaggio gli offriva nuovi incontri, nuovi libri, nuovi documenti e nuove occasioni di studio. La sua curiosità non aveva confini precisi.
Poteva occuparsi di teologia e, nello stesso tempo, di storia antica; scrivere di letteratura e dedicarsi alla ricerca archeologica; studiare la Napoli contemporanea e andare alla ricerca delle tracce della città greco-romana. È proprio questa varietà a rendere oggi così interessante la sua figura.
Capaccio non fu soltanto uno storico. Fu teologo, letterato, antiquario, uomo di corte, amministratore, insegnante e scrittore. Una personalità difficile da racchiudere in una sola definizione.
Il ritorno a Napoli e le prime opere
Intorno alla metà degli anni Settanta del Cinquecento Capaccio tornò a Napoli.
Qui approfondì gli studi religiosi e teologici e iniziò a costruire quella produzione letteraria che lo avrebbe reso noto.
Nel 1582 pubblicò il primo tomo delle Delle prediche quadragesimali, opera destinata a essere completata soltanto in parte, alla quale si sarebbero affiancate le due parti della Selva di concetti scritturali, pubblicate nel 1593 e nel 1600. Ma Capaccio non si limitava alla predicazione. Il suo interesse si allargava continuamente.
Nel 1589 pubblicò Il Secretario, un trattato dedicato all'arte di scrivere lettere, dimostrando di comprendere molto bene il ruolo che la scrittura poteva avere nella società del suo tempo. Per Capaccio la parola scritta non era soltanto cultura. Era anche strumento di relazione, di persuasione e di potere.
Campagna, il luogo del ritorno
Eppure, nonostante la grande attrazione esercitata da Napoli, Capaccio non dimenticò mai Campagna.
Nel 1592 lasciò improvvisamente Napoli e tornò nella città natale. Le fonti biografiche collegano questo ritorno soprattutto a motivi familiari ed economici: si era sposato, la famiglia era cresciuta e la vita napoletana era diventata difficile da sostenere. A Campagna trovò nuovamente le proprietà e l'ambiente familiare che potevano offrirgli maggiore stabilità. E fu proprio durante questo periodo che la città tornò a essere per lui non soltanto il luogo delle origini, ma anche un vero laboratorio culturale. Insegnò. Scrisse. Frequentò gli ambienti accademici. E continuò a mantenere rapporti con la stamperia campagnese.
Quella stessa città nella quale, qualche decennio prima, Melchiorre Guerriero aveva voluto lo Studio Generale e nella quale De Nigris e Fileta Filiuli avevano contribuito a diffondere la stampa, diventava ora il luogo nel quale un giovane studioso poteva costruire la propria identità intellettuale.
Il curioso incontro con il fratello
Tra i racconti che ci restituiscono il lato più umano di Capaccio ce n'è uno particolarmente curioso.
Durante una delle sue passeggiate a Campagna, si intrattenne a conversare a lungo con un frate cappuccino. I due parlarono per diverso tempo.
Soltanto in seguito, con sua grande sorpresa, Capaccio comprese che quel religioso era suo fratello.
L'episodio, tramandato attraverso una lettera indirizzata a don Camillo Carnevale e conservata nel Secretariato, è uno di quei piccoli frammenti che riescono a restituire alla storia un uomo nella sua quotidianità.
Dietro lo storico, il letterato e l'uomo pubblico c'era infatti una persona che passeggiava per le strade della propria città, incontrava conoscenti e discuteva con i religiosi. Un uomo, insomma, che continuava a vivere la propria Campagna.
La Minerva Templum
In quegli stessi anni Campagna continuava a essere animata da una vivace vita intellettuale.
Capaccio frequentò l'Accademia dei Solitari, che egli amava chiamare Minerva Templum, e fu legato anche alle altre esperienze accademiche cittadine, come quelle dei Taciturni e del Clero. Era una città sorprendente.
Una città nella quale, nello spazio di poche generazioni, erano sorti uno Studio Generale, accademie, una stamperia e una classe di uomini di cultura capaci di dialogare con i principali centri italiani. Capaccio ne fu uno dei protagonisti.
La difesa di Santa Maria la Nova
Ma il rapporto con Campagna non si limitò alla cultura.
Capaccio dimostrò anche una particolare attenzione per la conservazione del patrimonio religioso della città.
Nel 1590, quando i frati di Santa Maria la Nova manifestarono l'intenzione di abbandonare l'antico cenobio e di costruirne uno nuovo, Capaccio intervenne scrivendo a Michele Guerriero, erede del juspatronato legato alla famiglia di Melchiorre Guerriero. Il suo invito fu quello di opporsi alla demolizione dell'antico complesso.
La questione non fu soltanto privata: nel 1591 anche il Capitolo della Cattedrale e le autorità cittadine espressero parere contrario alla demolizione. Il progetto venne quindi abbandonato e il convento rimase in piedi.
Questo episodio racconta molto di Capaccio. L'uomo che studiava le antichità del mondo romano comprendeva infatti anche il valore della memoria della propria città. Per lui il passato non era soltanto quello raccontato dai libri antichi. Era anche quello racchiuso nelle chiese, nei conventi, nelle strade e negli edifici di Campagna.
Una città amata
Nel corso degli anni non sono mancate interpretazioni secondo le quali Capaccio avrebbe vissuto con una certa insofferenza il ritorno alla vita provinciale.
Ma basta leggere alcune delle sue opere e osservare il rapporto che mantenne con la città per comprendere quanto sia difficile ridurre la sua vicenda a questa immagine.
Nel Trattato delle Imprese, pubblicato a Napoli nel 1592, la sua scrittura mostra infatti una significativa attenzione verso Campagna e verso la propria identità d'origine.
È possibile che un uomo abituato a viaggiare, frequentare corti e ambienti intellettuali avvertisse talvolta il bisogno di tornare a una realtà più dinamica.
Ma questo non significa che avesse smesso di amare la propria città. Forse, al contrario, Campagna rappresentava per lui qualcosa di più profondo.
Era il luogo al quale tornare.
Il ritorno definitivo alla grande Napoli
Nel 1593 Capaccio tornò a Napoli, spinto nuovamente dalla necessità di trovare un incarico.
La sua preparazione e la sua fama gli permisero di entrare nell'amministrazione pubblica. Prima si occupò della provveditoria dei grani e degli oli, incarico nel quale ebbe anche responsabilità legate ai depositi alimentari della città.
Nel 1602 ottenne poi il prestigioso ufficio di Segretario della città di Napoli. Era il riconoscimento di una carriera ormai consolidata. Ma Capaccio non aveva intenzione di abbandonare gli studi.
Anzi, proprio grazie alla posizione raggiunta ebbe accesso a documenti, reperti e testimonianze che avrebbero alimentato le sue più importanti opere storiche.
La morte di Filippo II
Un momento significativo della sua carriera fu rappresentato dalla morte di Filippo II di Spagna, avvenuta nel 1598.
Capaccio compose un'orazione funebre in latino in memoria del sovrano, pubblicata a Napoli nel 1599. La sua attività encomiastica gli consentì di rafforzare ulteriormente i rapporti con gli ambienti della corte vicereale.
Negli anni successivi continuò a scrivere orazioni, panegirici e opere dedicate ai protagonisti della politica e della cultura europea. Era ormai entrato a pieno titolo nella grande scena napoletana. Ma il suo interesse principale rimaneva la conoscenza.
L'antiquario e la riscoperta del passato
È proprio come antiquario che Capaccio raggiunse una delle sue dimensioni più originali.
Il viceré don Juan Alfonso Pimentel de Herrera gli affidò nel 1606 il compito di esaminare e catalogare le statue antiche che emergevano dagli scavi nella zona di Cuma. Per un uomo come Capaccio era un incarico ideale.
Poteva finalmente unire ciò che aveva imparato sui libri alla possibilità di osservare direttamente le testimonianze del mondo antico. Fu così che raccolse iscrizioni, reperti e informazioni sulla storia della Campania. Il suo metodo era quello tipico della cultura antiquaria del tempo: mettere in relazione ciò che emergeva dal terreno con le testimonianze degli autori antichi. E proprio questa attività gli avrebbe procurato la fama di “restauratore dell'antichità napoletana”.
La Neapolitana Historia
Il risultato più importante di questo lungo lavoro arrivò nel 1607 con la pubblicazione della sua opera magistrale, la Neapolitana Historia. Era molto più di una semplice cronaca.
Capaccio ricostruiva la storia di Napoli attraverso documenti, tradizioni, testimonianze letterarie e reperti archeologici. La città veniva raccontata dalla sua antichità fino all'età contemporanea all'autore.
L'opera consacrò Capaccio come uno dei maggiori storici di Napoli tra Cinquecento e Seicento e ancora oggi rappresenta una fonte fondamentale per la conoscenza della città e della cultura napoletana dell'età barocca. Per noi campagnesi c'è però un motivo ulteriore per ricordarla.
Perché dietro questo grande storico napoletano c'era un uomo nato a Campagna. Un uomo formatosi nelle nostre strade, nelle nostre scuole e nei nostri ambienti culturali.
L'Accademia degli Oziosi
Nel 1611 Capaccio fu tra i protagonisti della fondazione dell'Accademia degli Oziosi, una delle più importanti istituzioni culturali della Napoli del Seicento.
Il nome può oggi apparire curioso. Ma quell'“ozio” non aveva nulla a che vedere con l'inerzia. Era piuttosto il tempo liberato dalle occupazioni quotidiane e dedicato allo studio, alla letteratura, alla filosofia e alla discussione. Era, in altre parole, il tempo della cultura. E Capaccio, che aveva iniziato il proprio percorso nella Campagna dello Studio Generale e delle accademie, portava ora questa esperienza nel cuore della capitale del Regno.
La caduta
Ma proprio quando sembrava aver raggiunto il punto più alto della sua carriera, arrivò la crisi.
Nel 1613 Capaccio venne coinvolto in una grave vicenda giudiziaria legata ad accuse di concussione rivolte al figlio Luigi. La vicenda ebbe conseguenze pesanti.
Capaccio dovette lasciare Napoli e rinunciare alla sua posizione pubblica. Iniziò così un lungo periodo lontano dalla città.
Questa fase della sua vita rappresenta uno dei momenti più difficili della sua esistenza. L'uomo che aveva raggiunto fama, prestigio e sicurezza economica si trovava improvvisamente lontano dalla propria città, dalle proprie attività e dal mondo nel quale aveva costruito la propria carriera. Ma anche questa volta la cultura divenne la sua ancora.
Urbino e gli ultimi anni
Dopo gli anni difficili dell'allontanamento da Napoli, Capaccio visse tra diverse città italiane.
Tra il 1616 e il 1623 soggiornò a Urbino, dove entrò nell'ambiente della corte dei Della Rovere e svolse anche l'incarico di bibliotecario ducale presso Francesco Maria II della Rovere. Era un'altra grande esperienza. E ancora una volta il campagnese Capaccio si trovava a vivere in un ambiente culturale di primissimo piano. Nel 1623 tornò a Napoli. Ma non era più l'uomo potente di qualche anno prima.
La sua situazione economica era peggiorata e dovette adattarsi a condizioni di vita più modeste. Eppure continuò a scrivere.
Il Vesuvio
Uno degli episodi più significativi della sua produzione tarda riguarda il Vesuvio. L'eruzione del 1631, una delle più violente dell'età moderna, suscitò enorme interesse tra gli studiosi del tempo. Capaccio si confrontò con il fenomeno e con la letteratura che ne nacque, contribuendo alla costruzione della memoria dell'evento. È importante però correggere un dettaglio della tradizione locale: l'eruzione non durò un anno. Ebbe inizio il 16 dicembre 1631 e produsse effetti e fenomeni protratti nei mesi successivi. La sua importanza fu tale da generare una vasta produzione di relazioni e trattati.
Ancora una volta Capaccio dimostrava di essere un osservatore instancabile del proprio tempo.
Il Forastiero: la guida di Napoli
Nel 1630 Capaccio completò una delle sue opere più affascinanti: Il Forastiero.
Il libro sarebbe stato distribuito nel 1634, l'anno della sua morte, e può essere considerato una sorta di antenato delle moderne guide urbane. L'idea era originale. Un forestiero arriva a Napoli. Un cittadino lo accompagna. E attraverso il dialogo vengono raccontati monumenti, strade, piazze, chiese, palazzi, tradizioni e meraviglie della città. È una formula che oggi ci sembra familiare. Ma nel Seicento aveva qualcosa di straordinariamente moderno. Capaccio trasformava la città in un racconto. Non si limitava a descriverla. La faceva vivere attraverso la voce dei suoi abitanti. E forse, senza volerlo, realizzava proprio ciò che oggi farebbe una guida turistica.
Un campagnese che diventò narratore di Napoli
C'è qualcosa di particolarmente bello nel destino di Giulio Cesare Capaccio.
Nato in una città dell'entroterra salernitano, cresciuto tra lo Studio Generale, le accademie e le biblioteche di Campagna, divenne uno dei principali narratori della grande Napoli del suo tempo. Studiò Napoli. Ne raccontò la storia. Ne descrisse le antichità. Ne celebrò i personaggi. Ne raccontò persino le eruzioni. Ma non dimenticò mai completamente il luogo dal quale era partito.
Il suo percorso dimostra ancora una volta quanto fosse straordinaria la stagione culturale vissuta da Campagna tra Cinquecento e Seicento.
Prima Melchiorre Guerriero aveva creato le condizioni perché la città diventasse un centro di studi.
Poi Tercasio aveva sostenuto l'istruzione.
Fileta Filiuli e De Nigris avevano alimentato la cultura e la stampa.
E infine uomini come Capaccio portarono quella formazione fuori dalle mura cittadine.
La morte
Giulio Cesare Capaccio morì a Napoli l'8 luglio 1634.
Aveva trascorso una vita intera tra libri, viaggi, incarichi pubblici, corti, accademie, controversie, ricerca storica e passione per l'antichità. Moriva così un uomo che aveva vissuto intensamente il proprio tempo. Un uomo capace di passare dalla predicazione alla storia, dalla letteratura all'archeologia, dalla politica alla descrizione delle città. Ma soprattutto moriva un uomo nato a Campagna. Il ricordo nella sua città Campagna non ha dimenticato il suo illustre figlio. Nel 1882, l'amministrazione cittadina guidata dal sindaco Alfonso Cubicciotti volle dedicargli una piazza nel quartiere Zappino.
È un riconoscimento arrivato molti secoli dopo la sua nascita, ma che conserva un significato profondo. Perché Capaccio non appartiene soltanto alla storia di Napoli. Appartiene anche alla storia di Campagna. Ogni volta che il suo nome viene pronunciato, dovremmo ricordare che prima di diventare lo storico della grande capitale del Regno fu un giovane campagnese. Un ragazzo che studiò a San Bartolomeo. Che ebbe come maestro Marco Fileta Filiuli. Che frequentò le accademie della sua città. Che difese Santa Maria la Nova. Che tornò più volte tra le sue strade. E che, anche quando la vita lo portò lontano, continuò a portare con sé quella prima formazione.
Giulio Cesare, il campagnese
Forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo. Non soltanto come lo storico di Napoli. Non soltanto come l'antiquario delle statue di Cuma. Non soltanto come il fondatore degli Oziosi o l'autore della Neapolitana Historia. Ma come Giulio Cesare Capaccio, il campagnese. Un uomo che partì da una città ancora piccola e riuscì ad arrivare nei più importanti ambienti culturali del suo tempo. Un uomo che studiò il passato per comprendere il presente. Un uomo che viaggiò moltissimo, ma che continuò a tornare nella propria terra. Un uomo che raccontò Napoli al mondo e che, indirettamente, portò anche Campagna dentro quella grande storia. E forse è questo il suo lascito più bello.
Perché quando oggi leggiamo la sua Neapolitana Historia, quando sfogliamo Il Forastiero o quando incontriamo il suo nome negli studi sulla Napoli del Seicento, possiamo ricordare una cosa semplice: prima di raccontare Napoli, Giulio Cesare Capaccio era stato un ragazzo di Campagna. E da quella città aveva iniziato il suo viaggio. Un viaggio lungo una vita intera. Un viaggio che, attraverso i libri, continua ancora oggi.
La sua prima formazione avvenne nell'ambiente culturale dello Studio Generale di San Bartolomeo, uno dei luoghi simbolo della straordinaria stagione intellettuale vissuta da Campagna nel Cinquecento. Qui incontrò uomini destinati a influenzare profondamente il suo percorso, tra i quali Marco Fileta Filiuli, che la tradizione ricorda come suo precettore.
E proprio Fileta, con la sua passione per l'antichità, la letteratura e la storia del territorio, sembra aver rappresentato per il giovane Giulio Cesare un modello particolarmente importante. Ma Capaccio aveva già dentro di sé qualcosa che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: una curiosità inesauribile.
Dal diritto alle lettere
Come molti giovani appartenenti alle famiglie agiate dell'epoca, iniziò dedicandosi anche agli studi giuridici.
Ma il diritto non riuscì a conquistare completamente il suo interesse. Capaccio era attratto dalle lettere classiche, dalla storia, dall'antiquaria e dalla cultura religiosa. Quella che poteva sembrare una semplice formazione umanistica sarebbe diventata, negli anni, una vera vocazione.
Proseguì gli studi a Napoli e li completò a Bologna, dove perfezionò la propria formazione giuridica. Da lì iniziò una lunga serie di viaggi attraverso la Penisola, entrando in contatto con ambienti culturali e personaggi di grande prestigio. Tra gli incontri più importanti vi fu quello con il cardinale Alessandro Farnese, detto il cardinale di Montalto, futuro papa Sisto V, al quale Capaccio rimase particolarmente legato.
Fu un periodo fondamentale. Capaccio non stava semplicemente studiando. Stava costruendo quella rete di conoscenze che, nel corso della sua vita, gli avrebbe permesso di muoversi tra università, corti, ambienti ecclesiastici e istituzioni politiche. E soprattutto stava diventando ciò che sarebbe rimasto per sempre: un uomo di cultura.
Un uomo in viaggio
La sua vita fu infatti caratterizzata da continui spostamenti. Napoli, Bologna, Roma, Campagna e, più avanti, Urbino furono soltanto alcune delle città nelle quali soggiornò. Ogni viaggio gli offriva nuovi incontri, nuovi libri, nuovi documenti e nuove occasioni di studio. La sua curiosità non aveva confini precisi.
Poteva occuparsi di teologia e, nello stesso tempo, di storia antica; scrivere di letteratura e dedicarsi alla ricerca archeologica; studiare la Napoli contemporanea e andare alla ricerca delle tracce della città greco-romana. È proprio questa varietà a rendere oggi così interessante la sua figura.
Capaccio non fu soltanto uno storico. Fu teologo, letterato, antiquario, uomo di corte, amministratore, insegnante e scrittore. Una personalità difficile da racchiudere in una sola definizione.
Il ritorno a Napoli e le prime opere
Intorno alla metà degli anni Settanta del Cinquecento Capaccio tornò a Napoli.
Qui approfondì gli studi religiosi e teologici e iniziò a costruire quella produzione letteraria che lo avrebbe reso noto.
Nel 1582 pubblicò il primo tomo delle Delle prediche quadragesimali, opera destinata a essere completata soltanto in parte, alla quale si sarebbero affiancate le due parti della Selva di concetti scritturali, pubblicate nel 1593 e nel 1600. Ma Capaccio non si limitava alla predicazione. Il suo interesse si allargava continuamente.
Nel 1589 pubblicò Il Secretario, un trattato dedicato all'arte di scrivere lettere, dimostrando di comprendere molto bene il ruolo che la scrittura poteva avere nella società del suo tempo. Per Capaccio la parola scritta non era soltanto cultura. Era anche strumento di relazione, di persuasione e di potere.
Campagna, il luogo del ritorno
Eppure, nonostante la grande attrazione esercitata da Napoli, Capaccio non dimenticò mai Campagna.
Nel 1592 lasciò improvvisamente Napoli e tornò nella città natale. Le fonti biografiche collegano questo ritorno soprattutto a motivi familiari ed economici: si era sposato, la famiglia era cresciuta e la vita napoletana era diventata difficile da sostenere. A Campagna trovò nuovamente le proprietà e l'ambiente familiare che potevano offrirgli maggiore stabilità. E fu proprio durante questo periodo che la città tornò a essere per lui non soltanto il luogo delle origini, ma anche un vero laboratorio culturale. Insegnò. Scrisse. Frequentò gli ambienti accademici. E continuò a mantenere rapporti con la stamperia campagnese.
Quella stessa città nella quale, qualche decennio prima, Melchiorre Guerriero aveva voluto lo Studio Generale e nella quale De Nigris e Fileta Filiuli avevano contribuito a diffondere la stampa, diventava ora il luogo nel quale un giovane studioso poteva costruire la propria identità intellettuale.
Il curioso incontro con il fratello
Tra i racconti che ci restituiscono il lato più umano di Capaccio ce n'è uno particolarmente curioso.
Durante una delle sue passeggiate a Campagna, si intrattenne a conversare a lungo con un frate cappuccino. I due parlarono per diverso tempo.
Soltanto in seguito, con sua grande sorpresa, Capaccio comprese che quel religioso era suo fratello.
L'episodio, tramandato attraverso una lettera indirizzata a don Camillo Carnevale e conservata nel Secretariato, è uno di quei piccoli frammenti che riescono a restituire alla storia un uomo nella sua quotidianità.
Dietro lo storico, il letterato e l'uomo pubblico c'era infatti una persona che passeggiava per le strade della propria città, incontrava conoscenti e discuteva con i religiosi. Un uomo, insomma, che continuava a vivere la propria Campagna.
La Minerva Templum
In quegli stessi anni Campagna continuava a essere animata da una vivace vita intellettuale.
Capaccio frequentò l'Accademia dei Solitari, che egli amava chiamare Minerva Templum, e fu legato anche alle altre esperienze accademiche cittadine, come quelle dei Taciturni e del Clero. Era una città sorprendente.
Una città nella quale, nello spazio di poche generazioni, erano sorti uno Studio Generale, accademie, una stamperia e una classe di uomini di cultura capaci di dialogare con i principali centri italiani. Capaccio ne fu uno dei protagonisti.
La difesa di Santa Maria la Nova
Ma il rapporto con Campagna non si limitò alla cultura.
Capaccio dimostrò anche una particolare attenzione per la conservazione del patrimonio religioso della città.
Nel 1590, quando i frati di Santa Maria la Nova manifestarono l'intenzione di abbandonare l'antico cenobio e di costruirne uno nuovo, Capaccio intervenne scrivendo a Michele Guerriero, erede del juspatronato legato alla famiglia di Melchiorre Guerriero. Il suo invito fu quello di opporsi alla demolizione dell'antico complesso.
La questione non fu soltanto privata: nel 1591 anche il Capitolo della Cattedrale e le autorità cittadine espressero parere contrario alla demolizione. Il progetto venne quindi abbandonato e il convento rimase in piedi.
Questo episodio racconta molto di Capaccio. L'uomo che studiava le antichità del mondo romano comprendeva infatti anche il valore della memoria della propria città. Per lui il passato non era soltanto quello raccontato dai libri antichi. Era anche quello racchiuso nelle chiese, nei conventi, nelle strade e negli edifici di Campagna.
Una città amata
Nel corso degli anni non sono mancate interpretazioni secondo le quali Capaccio avrebbe vissuto con una certa insofferenza il ritorno alla vita provinciale.
Ma basta leggere alcune delle sue opere e osservare il rapporto che mantenne con la città per comprendere quanto sia difficile ridurre la sua vicenda a questa immagine.
Nel Trattato delle Imprese, pubblicato a Napoli nel 1592, la sua scrittura mostra infatti una significativa attenzione verso Campagna e verso la propria identità d'origine.
È possibile che un uomo abituato a viaggiare, frequentare corti e ambienti intellettuali avvertisse talvolta il bisogno di tornare a una realtà più dinamica.
Ma questo non significa che avesse smesso di amare la propria città. Forse, al contrario, Campagna rappresentava per lui qualcosa di più profondo.
Era il luogo al quale tornare.
Il ritorno definitivo alla grande Napoli
Nel 1593 Capaccio tornò a Napoli, spinto nuovamente dalla necessità di trovare un incarico.
La sua preparazione e la sua fama gli permisero di entrare nell'amministrazione pubblica. Prima si occupò della provveditoria dei grani e degli oli, incarico nel quale ebbe anche responsabilità legate ai depositi alimentari della città.
Nel 1602 ottenne poi il prestigioso ufficio di Segretario della città di Napoli. Era il riconoscimento di una carriera ormai consolidata. Ma Capaccio non aveva intenzione di abbandonare gli studi.
Anzi, proprio grazie alla posizione raggiunta ebbe accesso a documenti, reperti e testimonianze che avrebbero alimentato le sue più importanti opere storiche.
La morte di Filippo II
Un momento significativo della sua carriera fu rappresentato dalla morte di Filippo II di Spagna, avvenuta nel 1598.
Capaccio compose un'orazione funebre in latino in memoria del sovrano, pubblicata a Napoli nel 1599. La sua attività encomiastica gli consentì di rafforzare ulteriormente i rapporti con gli ambienti della corte vicereale.
Negli anni successivi continuò a scrivere orazioni, panegirici e opere dedicate ai protagonisti della politica e della cultura europea. Era ormai entrato a pieno titolo nella grande scena napoletana. Ma il suo interesse principale rimaneva la conoscenza.
L'antiquario e la riscoperta del passato
È proprio come antiquario che Capaccio raggiunse una delle sue dimensioni più originali.
Il viceré don Juan Alfonso Pimentel de Herrera gli affidò nel 1606 il compito di esaminare e catalogare le statue antiche che emergevano dagli scavi nella zona di Cuma. Per un uomo come Capaccio era un incarico ideale.
Poteva finalmente unire ciò che aveva imparato sui libri alla possibilità di osservare direttamente le testimonianze del mondo antico. Fu così che raccolse iscrizioni, reperti e informazioni sulla storia della Campania. Il suo metodo era quello tipico della cultura antiquaria del tempo: mettere in relazione ciò che emergeva dal terreno con le testimonianze degli autori antichi. E proprio questa attività gli avrebbe procurato la fama di “restauratore dell'antichità napoletana”.
La Neapolitana Historia
Il risultato più importante di questo lungo lavoro arrivò nel 1607 con la pubblicazione della sua opera magistrale, la Neapolitana Historia. Era molto più di una semplice cronaca.
Capaccio ricostruiva la storia di Napoli attraverso documenti, tradizioni, testimonianze letterarie e reperti archeologici. La città veniva raccontata dalla sua antichità fino all'età contemporanea all'autore.
L'opera consacrò Capaccio come uno dei maggiori storici di Napoli tra Cinquecento e Seicento e ancora oggi rappresenta una fonte fondamentale per la conoscenza della città e della cultura napoletana dell'età barocca. Per noi campagnesi c'è però un motivo ulteriore per ricordarla.
Perché dietro questo grande storico napoletano c'era un uomo nato a Campagna. Un uomo formatosi nelle nostre strade, nelle nostre scuole e nei nostri ambienti culturali.
L'Accademia degli Oziosi
Nel 1611 Capaccio fu tra i protagonisti della fondazione dell'Accademia degli Oziosi, una delle più importanti istituzioni culturali della Napoli del Seicento.
Il nome può oggi apparire curioso. Ma quell'“ozio” non aveva nulla a che vedere con l'inerzia. Era piuttosto il tempo liberato dalle occupazioni quotidiane e dedicato allo studio, alla letteratura, alla filosofia e alla discussione. Era, in altre parole, il tempo della cultura. E Capaccio, che aveva iniziato il proprio percorso nella Campagna dello Studio Generale e delle accademie, portava ora questa esperienza nel cuore della capitale del Regno.
La caduta
Ma proprio quando sembrava aver raggiunto il punto più alto della sua carriera, arrivò la crisi.
Nel 1613 Capaccio venne coinvolto in una grave vicenda giudiziaria legata ad accuse di concussione rivolte al figlio Luigi. La vicenda ebbe conseguenze pesanti.
Capaccio dovette lasciare Napoli e rinunciare alla sua posizione pubblica. Iniziò così un lungo periodo lontano dalla città.
Questa fase della sua vita rappresenta uno dei momenti più difficili della sua esistenza. L'uomo che aveva raggiunto fama, prestigio e sicurezza economica si trovava improvvisamente lontano dalla propria città, dalle proprie attività e dal mondo nel quale aveva costruito la propria carriera. Ma anche questa volta la cultura divenne la sua ancora.
Urbino e gli ultimi anni
Dopo gli anni difficili dell'allontanamento da Napoli, Capaccio visse tra diverse città italiane.
Tra il 1616 e il 1623 soggiornò a Urbino, dove entrò nell'ambiente della corte dei Della Rovere e svolse anche l'incarico di bibliotecario ducale presso Francesco Maria II della Rovere. Era un'altra grande esperienza. E ancora una volta il campagnese Capaccio si trovava a vivere in un ambiente culturale di primissimo piano. Nel 1623 tornò a Napoli. Ma non era più l'uomo potente di qualche anno prima.
La sua situazione economica era peggiorata e dovette adattarsi a condizioni di vita più modeste. Eppure continuò a scrivere.
Il Vesuvio
Uno degli episodi più significativi della sua produzione tarda riguarda il Vesuvio. L'eruzione del 1631, una delle più violente dell'età moderna, suscitò enorme interesse tra gli studiosi del tempo. Capaccio si confrontò con il fenomeno e con la letteratura che ne nacque, contribuendo alla costruzione della memoria dell'evento. È importante però correggere un dettaglio della tradizione locale: l'eruzione non durò un anno. Ebbe inizio il 16 dicembre 1631 e produsse effetti e fenomeni protratti nei mesi successivi. La sua importanza fu tale da generare una vasta produzione di relazioni e trattati.
Ancora una volta Capaccio dimostrava di essere un osservatore instancabile del proprio tempo.
Il Forastiero: la guida di Napoli
Nel 1630 Capaccio completò una delle sue opere più affascinanti: Il Forastiero.
Il libro sarebbe stato distribuito nel 1634, l'anno della sua morte, e può essere considerato una sorta di antenato delle moderne guide urbane. L'idea era originale. Un forestiero arriva a Napoli. Un cittadino lo accompagna. E attraverso il dialogo vengono raccontati monumenti, strade, piazze, chiese, palazzi, tradizioni e meraviglie della città. È una formula che oggi ci sembra familiare. Ma nel Seicento aveva qualcosa di straordinariamente moderno. Capaccio trasformava la città in un racconto. Non si limitava a descriverla. La faceva vivere attraverso la voce dei suoi abitanti. E forse, senza volerlo, realizzava proprio ciò che oggi farebbe una guida turistica.
Un campagnese che diventò narratore di Napoli
C'è qualcosa di particolarmente bello nel destino di Giulio Cesare Capaccio.
Nato in una città dell'entroterra salernitano, cresciuto tra lo Studio Generale, le accademie e le biblioteche di Campagna, divenne uno dei principali narratori della grande Napoli del suo tempo. Studiò Napoli. Ne raccontò la storia. Ne descrisse le antichità. Ne celebrò i personaggi. Ne raccontò persino le eruzioni. Ma non dimenticò mai completamente il luogo dal quale era partito.
Il suo percorso dimostra ancora una volta quanto fosse straordinaria la stagione culturale vissuta da Campagna tra Cinquecento e Seicento.
Prima Melchiorre Guerriero aveva creato le condizioni perché la città diventasse un centro di studi.
Poi Tercasio aveva sostenuto l'istruzione.
Fileta Filiuli e De Nigris avevano alimentato la cultura e la stampa.
E infine uomini come Capaccio portarono quella formazione fuori dalle mura cittadine.
La morte
Giulio Cesare Capaccio morì a Napoli l'8 luglio 1634.
Aveva trascorso una vita intera tra libri, viaggi, incarichi pubblici, corti, accademie, controversie, ricerca storica e passione per l'antichità. Moriva così un uomo che aveva vissuto intensamente il proprio tempo. Un uomo capace di passare dalla predicazione alla storia, dalla letteratura all'archeologia, dalla politica alla descrizione delle città. Ma soprattutto moriva un uomo nato a Campagna. Il ricordo nella sua città Campagna non ha dimenticato il suo illustre figlio. Nel 1882, l'amministrazione cittadina guidata dal sindaco Alfonso Cubicciotti volle dedicargli una piazza nel quartiere Zappino.
È un riconoscimento arrivato molti secoli dopo la sua nascita, ma che conserva un significato profondo. Perché Capaccio non appartiene soltanto alla storia di Napoli. Appartiene anche alla storia di Campagna. Ogni volta che il suo nome viene pronunciato, dovremmo ricordare che prima di diventare lo storico della grande capitale del Regno fu un giovane campagnese. Un ragazzo che studiò a San Bartolomeo. Che ebbe come maestro Marco Fileta Filiuli. Che frequentò le accademie della sua città. Che difese Santa Maria la Nova. Che tornò più volte tra le sue strade. E che, anche quando la vita lo portò lontano, continuò a portare con sé quella prima formazione.
Giulio Cesare, il campagnese
Forse è proprio questo il modo migliore per ricordarlo. Non soltanto come lo storico di Napoli. Non soltanto come l'antiquario delle statue di Cuma. Non soltanto come il fondatore degli Oziosi o l'autore della Neapolitana Historia. Ma come Giulio Cesare Capaccio, il campagnese. Un uomo che partì da una città ancora piccola e riuscì ad arrivare nei più importanti ambienti culturali del suo tempo. Un uomo che studiò il passato per comprendere il presente. Un uomo che viaggiò moltissimo, ma che continuò a tornare nella propria terra. Un uomo che raccontò Napoli al mondo e che, indirettamente, portò anche Campagna dentro quella grande storia. E forse è questo il suo lascito più bello.
Perché quando oggi leggiamo la sua Neapolitana Historia, quando sfogliamo Il Forastiero o quando incontriamo il suo nome negli studi sulla Napoli del Seicento, possiamo ricordare una cosa semplice: prima di raccontare Napoli, Giulio Cesare Capaccio era stato un ragazzo di Campagna. E da quella città aveva iniziato il suo viaggio. Un viaggio lungo una vita intera. Un viaggio che, attraverso i libri, continua ancora oggi.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. Memorie storiche della Città di Campagna – A.V. Rivelli – anno 1895 – Ed. Forni.
2. Anna Giordano – I regesti delle pergamene del Capitolo Di Campagna (1170 – 1772) – anno 2004 – Ed.
3. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le persone illustri. - anno 2004


