Marco Fileta Filiuli
di Cristian Viglione
Tra le figure che contribuirono a fare di Campagna uno dei centri culturali più vivaci del Mezzogiorno nel Cinquecento, un posto particolare spetta a Marco Fileta Filiuli.
Figlio di Francesco Filiuli, sindaco dell’Università di Campagna nel 1526, Marco nacque in città agli inizi del XVI secolo, in un ambiente familiare nel quale cultura, religione e impegno pubblico sembravano naturalmente intrecciarsi. La tradizione locale lo ricorda anche come medico e chirurgo, ma fu soprattutto nell'ambito delle lettere, della filologia e dell'interesse per l'antichità che lasciò il segno più profondo.
Il nome stesso, Marco, gli sarebbe stato tramandato dallo zio, che avrebbe contribuito a orientarlo verso lo studio e verso quella curiosità per il mondo antico che avrebbe accompagnato tutta la sua vita.
Era un'epoca nella quale Campagna stava vivendo una trasformazione straordinaria. Pochi decenni prima Melchiorre Guerriero aveva ottenuto per la città il titolo di Città, insieme all'istituzione dello Studio Generale. Il convento domenicano di a href="https://www.cittadicampagna.it/chiesa-san-bartolomeo/" target= “_blank”>San Bartolomeo divenne così uno dei luoghi nei quali si formò una nuova classe intellettuale campagnese. Ed è proprio lì che Marco Fileta Filiuli iniziò il suo percorso.
Lo Studio Generale di San Bartolomeo
Giovane studente, Fileta frequentò lo Studio Generale ospitato presso il convento di San Bartolomeo, dove ebbe modo di approfondire le discipline letterarie e filosofiche.
Quello di San Bartolomeo non era semplicemente un convento. Nel corso del Cinquecento divenne uno dei cuori intellettuali della città, frequentato da uomini che avrebbero lasciato un segno nella storia culturale di Campagna. Qui insegnò anche Giovanni Antonio De Nigris, mentre negli anni successivi lo stesso Filiuli sarebbe diventato docente di lettere e filosofia.
La sua attività di insegnante fu importante anche per le generazioni successive. Tra i giovani che beneficiarono della sua formazione vi fu Giulio Cesare Capaccio, destinato a diventare uno dei più importanti storici e letterati campagnesi tra Cinquecento e Seicento. Le fonti locali lo ricordano infatti come suo precettore.
È difficile immaginare un'eredità culturale più concreta: un maestro che forma un giovane, il quale a sua volta diventerà uno dei grandi narratori della storia di Napoli e del Mezzogiorno.
Un amore per Campagna e per l'Italia
Nel carattere di Fileta emerge anche un forte legame con la propria terra.
Le fonti locali ricordano una sua particolare sensibilità nei confronti delle vicende politiche della Penisola e delle continue guerre che, nel Cinquecento, coinvolgevano gli Stati italiani.
Una tradizione lo vuole autore, nel 1533, di una lettera indirizzata alla corte estense nella quale manifestava l'auspicio di liberare l'Italia dalle dominazioni straniere. È però opportuno evitare di leggere questo episodio con gli occhi del Risorgimento: parlare di un vero e proprio sentimento nazionale ottocentesco sarebbe anacronistico. Più correttamente, possiamo riconoscere in Fileta una forma di patriottismo italiano e di sensibilità verso la comune sorte delle terre della Penisola, fenomeno che non era estraneo alla cultura umanistica del tempo.
Anche su questo punto la figura di Fileta diventa interessante: il suo amore per Campagna non sembrava chiudersi entro i confini della città. Al contrario, la conoscenza della storia antica e della cultura italiana lo portava a guardare a un orizzonte più ampio.
L'umanista e l'antiquario
Ma se c'è una caratteristica che distingue veramente Marco Fileta Filiuli, è la sua passione per l'antichità.
Fileta appartiene a quella generazione di umanisti meridionali che non si limitarono a leggere gli autori classici, ma cercarono nel territorio le tracce materiali del passato: iscrizioni, ruderi, reperti, testimonianze che potessero raccontare ciò che era esistito prima di loro. Uno studio dedicato al Rinascimento dell'Italia meridionale definisce Fileta un vero umanista locale, ricordando non soltanto le sue opere epistolari, ma anche il suo interesse per la storia e per la celebrazione della propria città. Nel 1545, infatti, una sua composizione poetica dedicata a Campagna comparve in una delle opere stampate proprio in città. Fileta non studiava quindi il passato soltanto per erudizione. Lo cercava per comprendere Campagna.
E forse è proprio questa la chiave per capire la sua figura.
La nascita della stamperia
La cultura, però, per Fileta non poteva rimanere confinata nelle aule dello Studio Generale. Doveva essere messa per iscritto. E, soprattutto, doveva poter circolare.
Fu così che, insieme a Giovanni Antonio De Nigris, divenne protagonista della nascita della prima stamperia stabile di Campagna e di una delle prime esperienze tipografiche dell'attuale territorio salernitano.
Nel 1545 arrivò in città il tipografo marchigiano Francesco De Fabris, originario della Marca anconitana, chiamato proprio per avviare l'attività tipografica. La stamperia fu installata presso il complesso di San Filippo e San Giacomo, l'edificio oggi conosciuto come Palazzo Tercasio. De Fabris rimase attivo a Campagna almeno tra il 1545 e il 1547.
È un momento che merita di essere ricordato. Perché Campagna, una città dell'entroterra del Principato Citra, non si limitava più a studiare.
Campagna iniziava a stampare.
E dalle sue presse potevano uscire libri destinati a viaggiare ben oltre le montagne che circondavano la città. Tra le opere più significative legate alla stamperia campagnese vi fu proprio quella di Marco Fileta Filiuli.
Nel 1545 venne pubblicata a Campagna la sua raccolta di lettere, intitolata Epistolicorum commentariorum et familiarium quaestionum valde utilium libri tres, stampata presso le case delle religiose di San Giacomo. L'opera è una testimonianza preziosa dell'attività letteraria dell'umanista e del livello raggiunto dalla cultura cittadina.
Fileta firmava abitualmente le sue opere con il nome umanistico di Philetós, un richiamo alla cultura classica che apparteneva profondamente alla sua formazione. È significativo che proprio uno degli uomini più interessati alle antichità della città abbia avuto un ruolo anche nella diffusione della parola stampata.
Da una parte il passato da riscoprire. Dall'altra il futuro da costruire.
I Taciturni, i Solitari e una città che discute
Fileta Filiuli e De Nigris furono inoltre protagonisti della vivace vita accademica campagnese.
Accanto allo Studio Generale sorsero circoli e accademie nei quali gli uomini di cultura potevano incontrarsi, discutere e confrontarsi.
Tra questi figurano l'Accademia dei Taciturni e l'Accademia dei Solitari, espressione di quella straordinaria stagione intellettuale che fece di Campagna un centro di produzione culturale. Non era soltanto una questione di prestigio.
Quelle accademie rappresentavano una nuova maniera di vivere la cultura: leggere, discutere, scrivere, insegnare e mettere in circolazione le idee.
E Campagna, nel giro di pochi decenni, aveva costruito quasi tutto questo partendo dalle proprie risorse.
La pietra di Puglietta
Ma c'è un'altra eredità di Fileta che ancora oggi può essere incontrata camminando per la città. È una pietra.
Una semplice pietra, apparentemente. Eppure, per Campagna, è diventata uno dei reperti più riconoscibili della propria memoria antica.
La tradizione racconta che, intorno al 1560, durante le sue ricerche sul territorio, Fileta rinvenne nei pressi di Puglietta un'antica iscrizione romana, che sarebbe stata successivamente collocata all'inizio del cosiddetto Ponte Romano, in piazza Guerriero. La presenza di una dogana nella zona di Puglietta è attestata dalla tradizione storica locale e il ritrovamento della pietra è strettamente legato alla memoria di Fileta antiquario. L'iscrizione, nella trascrizione tramandata localmente, recita: “NAIVS SUCCESSUS AUGUSTALIS NUCERIAE MARCIA MARVAE CONIUGI ET SIBI CUM QVA VIXIT A.C. III”.
Si tratta di un'epigrafe funeraria di età romana, generalmente ricondotta al I secolo d.C., nella quale compare Naius Successus, indicato come augustalis di Nuceria, insieme alla moglie Marcia.
Il termine augustalis va però interpretato con cautela: non è corretto trasformarlo automaticamente in “ufficiale e sacerdote personale dell'imperatore Augusto”. Nell'ordinamento municipale romano, gli Augustales erano figure legate al culto imperiale e alla vita religiosa e civica delle comunità. L'iscrizione, dunque, è soprattutto una preziosa testimonianza della presenza e della cultura romana nel territorio.
Ed è proprio questo che rende il reperto così importante. Non racconta soltanto un uomo e sua moglie.
Racconta una Campagna molto più antica di quella medievale e moderna che siamo abituati a conoscere.
La memoria antica della città
La passione di Fileta per le antichità assume allora un significato ancora più profondo.
In un'epoca nella quale il passato veniva spesso ricostruito attraverso testi antichi, leggende e tradizioni locali, egli cercava anche segni concreti.
Una pietra. Un'iscrizione. Un rudere. Un frammento capace di dimostrare che quel territorio aveva una storia molto più lunga di quella raccontata dalle mura medievali.
Ed è forse proprio questo uno dei motivi per cui la sua figura rimane così affascinante. Fileta non guardava Campagna soltanto come la città nella quale era nato. La guardava come un luogo da studiare, raccontare e conservare. Un maestro per una nuova generazione La sua attività culturale non terminò con la produzione letteraria.
Fileta fu anche maestro.
E il suo insegnamento contribuì alla formazione di una nuova generazione di studiosi.
Tra questi, come detto, vi fu Giulio Cesare Capaccio, che studiò a San Bartolomeo e riconobbe in Fileta una delle figure formative della propria giovinezza.
Capaccio avrebbe poi portato lontano il nome di Campagna, scrivendo di storia, antiquaria e cultura meridionale.
In questo senso, Fileta può essere visto come uno degli anelli di una catena.
Melchiorre Guerriero aveva contribuito a creare le condizioni perché Campagna diventasse Città e sede di uno Studio Generale.
Tercasio aveva trasformato il proprio patrimonio in un'opera culturale e sociale.
De Nigris aveva portato il diritto e la stampa nella vita cittadina.
Fileta Filiuli raccolse tutto questo e lo trasformò in umanesimo, ricerca e memoria.
Il secondo grande libro di Campagna
La sua raccolta epistolare del 1545 possiede inoltre un valore particolare perché, attraverso le lettere, ci restituisce anche una parte dell'ambiente culturale nel quale viveva.
La ricerca contemporanea ha sottolineato proprio questo aspetto: nelle lettere di Fileta compaiono elementi utili a comprendere la vita della città e il modo nel quale gli intellettuali del tempo guardavano al proprio territorio.
Non è quindi soltanto un'opera letteraria. È anche una finestra sulla Campagna del Cinquecento.
Una città nella quale si insegnava latino, si studiava filosofia, si discuteva di diritto, si cercavano testimonianze archeologiche e, soprattutto, si cominciavano a stampare libri.
Una città che imparò a raccontarsi
Ed è forse questo il lascito più importante di Marco Fileta Filiuli. Prima di lui Campagna aveva avuto una storia. Con lui, Campagna iniziò anche a raccontarla.
La studiò attraverso le iscrizioni antiche. La celebrò attraverso la poesia. La trasmise attraverso le lettere. La insegnò nelle aule dello Studio Generale. E infine la affidò alla stampa.
In questo percorso Fileta e De Nigris furono protagonisti di una vera stagione culturale campagnese, oggi riconosciuta anche dagli studi sul Rinascimento meridionale come uno degli esempi di quella “rinascita locale” che interessò diversi centri dell'Italia del Sud nel XVI secolo.
Il 1570
Marco Fileta Filiuli morì nel 1570, lasciando dietro di sé un'eredità che andava ben oltre le sue opere. Lasciò allievi. Lasciò libri. Lasciò iscrizioni riscoperte. Lasciò la memoria di un uomo capace di guardare contemporaneamente avanti e indietro: verso il futuro della cultura e verso il passato della propria terra.
La sua morte avvenne proprio in quell'anno nel quale scomparve anche Giovanni Antonio De Nigris, il compagno di tante battaglie culturali. Le fonti biografiche tradizionali indicano infatti il 1570 come anno della morte di Fileta. È quasi come se una stagione si fosse chiusa insieme a loro. Ma ciò che avevano costruito era ormai destinato a continuare.
Il campagnese
Oggi, passeggiando per Campagna, possiamo ancora incontrare alcune delle tracce di quella stagione. Possiamo attraversare gli spazi nei quali un tempo sorgevano gli antichi luoghi di studio. Possiamo arrivare davanti a Palazzo Tercasio, dove nel Cinquecento furono stampati libri che avrebbero viaggiato fuori dalle mura cittadine. Possiamo ricordare San Bartolomeo e lo Studio Generale, luogo di formazione di uomini come Fileta, De Nigris e, più tardi, Giulio Cesare Capaccio. E possiamo fermarci davanti a quella pietra romana, oggi collocata all'inizio del Ponte Romano. Una pietra che, più di ogni altra cosa, sembra raccontare la sua passione. Perché in fondo Marco Fileta Filiuli fece qualcosa di straordinariamente moderno per il suo tempo: insegnò ai suoi concittadini a guardare la propria città con gli occhi della storia. Non soltanto come il luogo nel quale vivere. Ma come un luogo da conoscere. Da studiare. Da conservare. Da raccontare. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, il nome di Fileta Filiuli appartiene alla storia più luminosa di Campagna. Un uomo che amò i libri, le lettere e le antichità. Un maestro che formò altri uomini di cultura. Un umanista che volle lasciare una traccia della propria città nel mondo. E un campagnese che, attraverso una pietra, un libro e le parole, ci ha insegnato che il passato non è qualcosa di morto.
È qualcosa che continua a parlarci. Basta avere la pazienza di ascoltarlo.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. Memorie storiche della Città di Campagna – A.V. Rivelli – anno 1895 – Ed. Forni.
2. Anna Giordano – I regesti delle pergamene del Capitolo Di Campagna (1170 – 1772) – anno 2004 – Ed.
3. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le persone illustri. - anno 2004
4. Rubino Luongo - Le lettere di Marco Fileta Fiuliui.

