Sant'Antonino Cacciottolo
di Cristian Viglione
La distanza di quattordici secoli che ci separa dalla vita di Sant'Antonino Abate impone inevitabilmente una certa prudenza nel ricostruire i suoi primi anni e, soprattutto, nel distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da quanto è stato tramandato dalla tradizione agiografica.
Nel corso dei secoli, numerosi storici e studiosi locali, sia del passato sia contemporanei, hanno cercato di ricostruire la vicenda del futuro patrono di Campagna mettendo insieme le poche testimonianze scritte disponibili, la tradizione orale, i racconti agiografici e alcuni manufatti legati al suo culto. Era un metodo frequente negli studi storici delle epoche passate, soprattutto quando ci si confrontava con personaggi vissuti in periodi nei quali la documentazione era estremamente scarsa.
Per questo motivo, molte ricostruzioni antiche hanno utilizzato anche reperti, oggetti di devozione e tradizioni locali come elementi attraverso i quali cercare di ricomporre una vicenda altrimenti difficilmente documentabile. La celebre colonna taumaturgica di Campagna, per esempio, rappresenta una testimonianza fondamentale del culto di Sant'Antonino, ma non può essere automaticamente utilizzata come prova per confermare ogni particolare della sua vita. La ricerca moderna tende dunque a distinguere la storia documentata dalla tradizione, senza per questo privare quest'ultima del suo enorme valore religioso, culturale e antropologico.
Le origini secondo la tradizione campagnese
Secondo la tradizione raccolta dagli storici campagnesi, Antonino sarebbe nato tra il 555 e il 556, nell'antica contrada di San Silvestro, località De Callis, nei pressi dell'attuale Santa Maria La Nova.
Al battesimo avrebbe ricevuto il nome di Domenico Lorenzo e sarebbe stato figlio di Alessandro Vitale e Adelicia Maddalena de Berea, entrambi appartenenti, secondo la tradizione, a famiglie aristocratiche del territorio campagnese.
Rimasto presto orfano di entrambi i genitori, il giovane sarebbe stato accolto dai monaci benedettini dell'abbazia di Santa Maria La Nova, dove avrebbe trascorso gli anni della formazione religiosa e del noviziato. Al termine di questo percorso avrebbe assunto il nome di Antonino, iniziando quel cammino spirituale che lo avrebbe portato lontano dalla sua terra d'origine, fino a diventare una delle figure più importanti della devozione religiosa della Campania.
Questi particolari biografici, tuttavia, devono essere letti con cautela. Le fonti ecclesiastiche più antiche confermano soprattutto l'appartenenza di Antonino alla tradizione monastica e il suo successivo rapporto con San Catello e con Sorrento, mentre molti dettagli della sua infanzia sono giunti attraverso tradizioni posteriori.
Catello e Cacciottolo
Anche il cognome con cui il santo è conosciuto, Cacciottolo, è stato oggetto di numerose discussioni.
La tradizione campagnese lo collega al cognome originario Catello, ipotizzando una successiva trasformazione dialettale. Alcuni agiografi hanno cercato di ricondurre “Cacciottolo” alle caratteristiche fisiche del santo, attraverso un'interpretazione legata al latino catus, con il significato di basso o tozzo, da cui sarebbe derivata la forma popolare “caciottiello”.
Anche questa spiegazione, tuttavia, rimane nel campo delle ipotesi. Nella società meridionale i cognomi e i soprannomi potevano derivare da mestieri, luoghi di provenienza, caratteristiche personali o vicende familiari. Non è quindi possibile stabilire con certezza quale sia l'origine del termine “Cacciottolo”.
È significativo, però, che proprio questi particolari siano stati tramandati dagli storici locali: testimoniano il tentativo, attraverso i secoli, di restituire anche un volto umano al santo, ricostruendone non soltanto la spiritualità ma, per quanto possibile, perfino l'aspetto fisico.
Un'epoca di guerre e invasioni
Antonino sarebbe vissuto in uno dei periodi più travagliati della storia dell'Italia meridionale. Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, la penisola fu attraversata da conflitti e profondi mutamenti politici. I territori meridionali furono interessati dalle contese tra Bizantini, Ostrogoti e soprattutto Longobardi, mentre i diversi ducati erano frequentemente in lotta per il controllo dei territori.
Le incursioni non risparmiavano i luoghi sacri: abbazie, chiese e monasteri potevano diventare obiettivi di saccheggi e devastazioni. Secondo la tradizione, fu proprio questo clima di instabilità a determinare lo spostamento di Antonino verso Montecassino, dove avrebbe proseguito la sua formazione religiosa.
La stessa tradizione lega a questo periodo l'incontro con San Catello, vescovo di Stabia, destinato a diventare il compagno più importante del suo percorso spirituale.
L'Anonimo Sorrentino: la fonte più antica
Per comprendere meglio la figura di Sant'Antonino è fondamentale soffermarsi sull'Anonimo Sorrentino, una delle più antiche fonti agiografiche relative al santo, generalmente collocata tra il IX e il X secolo.
La fonte racconta di Antonino come di un monaco costretto a lasciare un monastero a causa delle incursioni dei Longobardi e giunto nel territorio stabiese, dove incontrò il vescovo Catello. I due instaurarono un rapporto spirituale particolarmente profondo: l'Anonimo li descrive come due persone talmente unite nella vita religiosa da apparire quasi come “una sola anima in due corpi”. La tradizione racconta quindi il loro ritiro sui monti Lattari e l'apparizione dell'Arcangelo Michele, dalla quale sarebbe nata la costruzione di un luogo di culto sulla vetta del monte. Questo testo è particolarmente importante perché rappresenta una delle testimonianze più antiche del culto di Antonino e Catello. Allo stesso tempo, va ricordato che si tratta di un testo agiografico, destinato alla celebrazione della santità, e non di una biografia nel senso moderno del termine.
L'Anonimo racconta inoltre che Antonino, dopo il periodo trascorso con Catello, fu invitato dagli abitanti di Sorrento a stabilirsi nella loro città. Qui venne accolto nel monastero di Sant'Agrippino, del quale divenne successivamente abate, continuando a condurre una vita dedicata alla preghiera e all'assistenza della comunità.
Il Monte Aureo e San Michele
La tradizione racconta che Antonino e Catello si ritirarono sul Monte Aureo, l'attuale Monte Faito, alla ricerca di una vita maggiormente dedicata alla contemplazione.
Durante una notte trascorsa separatamente in preghiera, entrambi avrebbero visto una grande luce simile a una torcia infuocata dominare il cielo. Secondo la tradizione agiografica, l'Arcangelo Michele apparve loro comunicando la volontà divina di costruire un'edicola dedicata al capo delle schiere angeliche.
Il racconto è profondamente radicato nella devozione della Penisola sorrentina e dei Monti Lattari e costituisce uno degli episodi più celebri della tradizione relativa ai due santi.
Sorrento e gli ultimi anni di Antonino
La fama della santità di Antonino si diffuse rapidamente e gli abitanti di Sorrento gli chiesero di fermarsi nella loro città. Il santo accettò e si stabilì presso il monastero di Sant'Agrippino, dove divenne abate.
Le fonti ecclesiastiche sorrentine collocano la sua morte al 14 febbraio 625, data ancora oggi celebrata come memoria liturgica del santo. La data è collegata nell'Anonimo alla formula latina Sexto decimo Kalendas Martii, consule Probiano, corrispondente al 14 febbraio 625.
È importante precisare un aspetto spesso fonte di equivoci: non esiste una data documentata nella quale Sant'Antonino sarebbe stato “fatto santo” attraverso una canonizzazione formale. Per i santi dei primi secoli e dell'alto Medioevo il riconoscimento della santità avveniva spesso attraverso il culto della comunità, la venerazione delle reliquie e la progressiva inserzione nei calendari liturgici. Nel caso di Antonino, la sua venerazione è attestata da una tradizione antichissima e la sua memoria è stata successivamente recepita nei martirologi benedettino e romano.
Pertanto, il 14 febbraio 625 è la data tradizionale della morte, non quella della canonizzazione. È proprio la morte, considerata il dies natalis, cioè il giorno della nascita alla vita eterna, a essere divenuta la sua festa liturgica.
Il miracolo di Arola
Tra gli episodi più suggestivi della tradizione legata al santo vi è quello ambientato ad Arola, nel territorio di Vico Equense.
Durante la discesa dal Monte Aureo, Antonino avrebbe attraversato diverse contrade chiedendo dell'acqua per dissetarsi. Dopo aver ricevuto diversi rifiuti, giunse ad Arola, dove un'anziana donna gli offrì generosamente da bere.
Il santo, riconoscente, avrebbe pronunciato la frase secondo cui ovunque si fosse scavato nella zona si sarebbe trovata acqua in abbondanza. Da allora, secondo la tradizione popolare, Arola sarebbe rimasta particolarmente ricca di acque.
La leggenda racconta inoltre che Antonino, dopo essersi dissetato, piantò tre ghiande e le annaffiò con l'acqua ricevuta. Da queste sarebbero nate tre querce, una delle quali sarebbe ricordata ancora oggi attraverso un frammento di ramo conservato sotto la statua del santo ad Arola.
Il ritorno del culto a Campagna
La memoria di Antonino rimase legata anche alla sua terra d'origine. Secondo la tradizione campagnese, i monaci di Santa Maria La Nova, venuti a conoscenza del saccheggio di Montecassino, si sarebbero attivati per recuperare e custodire la celebre colonna alla quale il santo sarebbe stato legato e flagellato dal demonio.
Il manufatto sarebbe stato quindi conservato nella cella dell'abbazia nella quale Antonino aveva trascorso gli anni della giovinezza.
È però soprattutto tra la fine del Medioevo e l'inizio dell'età moderna che il culto del santo assume a Campagna una dimensione sempre più importante. Un passaggio fondamentale viene individuato dalla tradizione locale nei primi decenni del XVI secolo, quando, nel più ampio progetto di crescita religiosa e civile della città promosso da Melchiorre Guerriero, si sviluppò anche un vero e proprio santorale campagnese.
Il Guerriero, attraverso i suoi rapporti con la Curia romana e con il mondo ecclesiastico, contribuì infatti a creare le condizioni per una nuova centralità religiosa di Campagna. Nel 1514 la chiesa di Santa Maria della Giudeca venne elevata a collegiata; nel 1518 Leone X concesse alla città il titolo di Città e nel 1525 Clemente VII istituì la diocesi.
In questo stesso clima di riorganizzazione della memoria religiosa cittadina si inserisce la valorizzazione delle figure dei santi maggiormente legati alla comunità. Sant'Antonino Abate e Santa Maria Domenica divennero così parte di quel santorale che contribuì a rafforzare l'identità religiosa di Campagna, collegando il nuovo prestigio ecclesiastico della città alle sue più antiche tradizioni.
Il culto di Antonino, dunque, non nasce dal nulla nel Cinquecento: affonda le proprie radici in una memoria molto più antica. È però in questo periodo che, nel quadro della trasformazione voluta da Melchiorre Guerriero, tale memoria viene ulteriormente consolidata e inserita nel più ampio progetto di costruzione dell'identità religiosa della nuova città.
La colonna taumaturgica
Il simbolo più forte di questo culto è la colonna taumaturgica, oggi custodita nella chiesa del Santissimo Salvatore e Sant'Antonino, nel quartiere di Zappino. Secondo la tradizione, sarebbe la colonna alla quale Antonino venne legato e flagellato dal demonio. Al di là del valore storico che si possa attribuire al racconto agiografico, il manufatto ha assunto nel corso dei secoli un'importanza straordinaria per la religiosità campagnese.
La colonna divenne infatti il centro di pratiche di liberazione e di preghiera rivolte alle persone considerate vittime di possessione o di altri disturbi di natura spirituale. Gli ossessi venivano legati alla colonna mediante corde e affidati all'intercessione del santo durante il rito.
È proprio questo aspetto a rendere Sant'Antonino uno dei santi maggiormente associati alla tradizione esorcistica dell'Italia meridionale. La documentazione relativa ai riti celebrati a Campagna, sviluppatasi soprattutto tra l'età moderna e il Novecento, costituisce un patrimonio di grande interesse religioso e antropologico. La tradizione locale attribuisce infatti al santo un ruolo particolare nella liberazione degli ossessi, tanto che Antonino è ricordato proprio come Santo Esorcista.
La fama della sua intercessione superò inoltre i confini della città. La Basilica di Sorrento conserva la memoria del santo come principale patrono della città, mentre Campagna custodisce la colonna che la tradizione identifica con lo strumento della sua lotta contro il demonio. Le due città rappresentano quindi due luoghi fondamentali della memoria antoniniana: Sorrento conserva la tomba e il cuore del culto del santo; Campagna ne conserva uno dei simboli devozionali più singolari. Nel 2025 le due comunità hanno rinnovato ufficialmente questo legame con un gemellaggio ufficiale tra le due città in occasione del XIV centenario della morte di Antonino.
Gli esorcismi di Campagna
Nel corso dei secoli sono stati raccolti numerosi resoconti relativi alle persone condotte davanti alla colonna. Le testimonianze ecclesiastiche descrivono preghiere, riti di liberazione e comportamenti ritenuti allora riconducibili alla possessione demoniaca.
I racconti parlano di fenomeni straordinari: manifestazioni di forza fuori dal comune, glossolalia, presunte profezie, apparizioni, guarigioni e altri episodi ritenuti inspiegabili. Alcuni di questi resoconti sono stati successivamente studiati anche da antropologi e studiosi delle tradizioni popolari, non tanto per dimostrarne l'origine soprannaturale, quanto per comprendere il significato religioso e culturale assunto dal fenomeno all'interno della comunità.
Una caratteristica particolare del rito campagnese era rappresentata dalla permanenza dell'ossesso presso la colonna, talvolta anche durante la notte. La persona veniva affidata alla preghiera e all'intercessione di Sant'Antonino, secondo una concezione nella quale non era soltanto il sacerdote a intervenire, ma anche il santo stesso, attraverso l'intercessione di Cristo.
Questa pratica ha suscitato l'interesse degli studiosi anche per la sua possibile relazione con forme molto antiche di devozione mediterranea, nelle quali il fedele rimaneva in un luogo sacro, spesso durante la notte, in attesa di ricevere una guarigione o una risposta dalla divinità.
La documentazione storica relativa a queste pratiche attraversa diversi secoli, arrivando fino al Novecento e al secondo dopoguerra. La tradizione degli esorcismi, pertanto, non rappresenta un episodio marginale della storia di Sant'Antonino a Campagna, ma uno degli elementi attraverso i quali il culto del santo ha assunto una fisionomia assolutamente particolare.
Un culto ancora vivo
Sant'Antonino rappresenta oggi l'incontro di diverse dimensioni della storia campagnese: la memoria di un antico monaco benedettino, la tradizione eremitica, il rapporto con San Catello, il legame con Sorrento, la memoria della sua origine campagnese, la colonna taumaturgica e la secolare tradizione di liberazione degli ossessi.
La sua figura attraversa quindi quattordici secoli di storia, passando dalla memoria agiografica dell'alto Medioevo alla costruzione del santorale cittadino del Cinquecento, fino alle forme di devozione contemporanee.
Se la tradizione non permette di stabilire con certezza ogni dettaglio della sua vita, non vi sono dubbi sull'enorme importanza che il suo culto ha assunto nel tempo. Per Campagna, Sant'Antonino non è soltanto il patrono della città: è una delle figure attorno alle quali si è costruita una parte essenziale della memoria religiosa e antropologica della comunità.
Ed è proprio la presenza della colonna taumaturgica, unita alla secolare tradizione degli esorcismi, ad aver reso Campagna uno dei luoghi più singolari della devozione a Sant'Antonino: un culto nel quale storia, fede, tradizione popolare e memoria collettiva si sono sovrapposte e intrecciate per secoli.

