Ex Monastero dei Camaldolesi
di Cristian Viglione
Nato per opera degli omonimi frati, il monastero risale alla seconda metà del Cinquecento. Posto alle dirette dipendenze del monastero napoletano, fu edificato nell’allora territorio di Puglietta, in una posizione distaccata dal centro abitato e dai villaggi circostanti.
Il rapporto tra i monaci e questo convento può essere definito tutt’altro che sereno. Secondo la tradizione, infatti, i frati inviati a Campagna sarebbero stati destinati al monastero più per una sorta di confino che per una vera e propria esperienza di vita religiosa. Si narra che alcuni dei prelati qui residenti non fossero propriamente degli “stinchi di santo”: dal convento di Napoli sarebbero stati inviati a Campagna, perlopiù, avventurieri e malfattori¹, più dediti ai piaceri della carne che a quelli dello spirito. Alcuni di loro furono persino sottoposti a censura ecclesiastica, mentre altri furono accusati di crimini e delitti.
Durante la loro permanenza nel nascente monastero campagnese, i monaci furono inoltre accusati di vessazioni e truffe ai danni della popolazione locale. Approfittando della buona fede dei contadini del posto, si sarebbero assicurati ingenti lasciti, donazioni e persino intere proprietà, ricorrendo a imbrogli, abusi e false promesse. La tradizione racconta addirittura di indulgenze concesse in cambio della promessa di un più facile accesso al Paradiso.
La struttura, di notevole bellezza, era inizialmente dotata di due frantoi a trazione animale per la molitura delle olive, oltre che di attrezzature destinate ai lavori agricoli e, successivamente, alla produzione di grano destinato al convento di Napoli.
In origine, l'ingresso della cappella si trovava all'interno del complesso ed era destinato quasi esclusivamente ai frati. In seguito, anche in segno di gratitudine per le numerose “donazioni” ricevute dalla popolazione, venne edificata una nuova chiesetta dedicata a Santa Maria Domenica, dotata di un nuovo ingresso rivolto verso l'esterno, così da renderla accessibile anche alla comunità.
Nel 1811, in seguito alle leggi napoleoniche, molti dei beni confiscati ai monasteri della Maddalena, degli Agostiniani e dei Francescani avrebbero dovuto passare sotto il controllo dei Camaldolesi. Il Comune, tuttavia, insospettito da questi passaggi poco chiari, si oppose fermamente alla consegna dei registri, deplorando la condotta dei frati provenienti da Napoli. Attraverso una lettera indirizzata al vescovo Lupoli, il sindaco dell'epoca, Domenico Filiuli, esortava l'alto prelato a non concedere ai Camaldolesi i beni appartenuti ai monasteri sopracitati. L'operazione, tuttavia, non sortì gli effetti sperati.
Ironia della sorte, a distanza di pochi anni, nel 1866, dopo l'Unità d'Italia, anche questo convento venne soppresso. I frati furono costretti ad abbandonare la struttura, tra la soddisfazione di una parte dei cittadini, che vedevano così cessare le continue angherie e vessazioni di cui, secondo la tradizione, erano stati vittime.
Dopo la soppressione, la struttura fu inizialmente occupata come sede distaccata dei Carabinieri di Campagna. Nel 1938 venne quindi messa all'asta e acquistata dal campagnese Antonino Nicola Copeti, che successivamente la rivendette al Banco di Napoli. Da quest'ultimo fu infine rilevata da una delle famiglie D'Ambrosio, i cui discendenti ne sono ancora oggi proprietari.
Oggi la struttura ospita la cooperativa sociale R-Accogliamo, impegnata nella produzione di prodotti locali attraverso progetti di inclusione, accoglienza e socialità. Una realtà che ha saputo restituire nuova vita a un luogo dalla storia complessa, trasformandolo in uno spazio di lavoro, integrazione e comunità.

