Museo della Memoria e della Pace - Centro Studi "Giovanni Palatucci".

di Cristian Viglione

Campagna, faro nell'oblio della Seconda Guerra Mondiale con la sua Storia Diversa
Il Museo
Nel cuore del centro storico di Campagna, all'interno dell'antico convento domenicano di San Bartolomeo, si trova uno dei luoghi più importanti della memoria storica della città: il Museo della Memoria e della Pace – Centro Studi “Giovanni Palatucci”.
Nato nel 2008 e riconosciuto nel 2010 come museo civico di interesse regionale, il museo ha ricevuto nel febbraio 2025 il riconoscimento di Museo di Interesse Nazionale, entrando così in una dimensione ancora più ampia di valorizzazione e tutela della memoria. È un riconoscimento che assume un significato particolare per Campagna, perché qui la grande storia europea della persecuzione degli ebrei durante il fascismo e la Shoah si incontra con una vicenda profondamente locale, fatta di internati, di uomini e donne costretti a lasciare le proprie case, ma anche di accoglienza, solidarietà e gesti di umanità.
Il museo racconta infatti una pagina drammatica della Seconda guerra mondiale: quella dei campi di internamento istituiti dal regime fascista a Campagna a partire dal 1940, quando la città fu scelta per ospitare internati civili, tra i quali numerosi ebrei stranieri e oppositori politici.
La scelta non fu casuale. L'antico centro abitato di Campagna è stretto tra i rilievi che lo circondano e presenta un accesso naturale particolarmente controllabile. I due luoghi destinati all'internamento si trovavano inoltre alle estremità dell'abitato, sui versanti opposti della città: da una parte l'ex convento francescano della Concezione, destinato soprattutto al campo femminile e ad altri internati; dall'altra l'ex convento domenicano di San Bartolomeo, destinato al campo maschile e oggi sede del museo. La particolare conformazione geografica rendeva più semplice il controllo e più difficile l'allontanamento degli internati.
Il 16 giugno 1940 arrivarono a Campagna i primi trenta internati destinati al campo della Concezione: ventidue italiani e otto stranieri. Successivamente San Bartolomeo divenne il principale luogo di internamento della città e arrivò a ospitare centinaia di persone. Il campo di Campagna fu uno dei più importanti istituiti nell'Italia meridionale, secondo per dimensioni, tra quelli citati nelle fonti museali, soltanto a quello di Ferramonti di Tarsia.
Ma ciò che rende Campagna particolare non è soltanto la storia del campo. È soprattutto ciò che accadde dentro e intorno al campo.
Gli internati, pur privati della libertà, riuscirono a costruire una vita comunitaria sorprendentemente ricca. Con l'aiuto della DELASEM, la Delegazione per l'Assistenza degli Emigranti Ebrei, nacquero attività culturali e ricreative: un coro, una piccola orchestra, rappresentazioni teatrali, mostre di pittura, un giornale ciclostilato in lingua tedesca, partite di calcio e persino lezioni di lingue straniere impartite ai giovani del posto. Fu allestita anche una sinagoga, nonostante la religione ebraica fosse perseguitata dal regime. Gli internati potevano inoltre consultare migliaia di volumi della biblioteca del Seminario diocesano e, in determinate condizioni, affittare camere in città.
È questa una delle prime grandi sorprese che il museo offre al visitatore: dietro la parola internamento non ci sono soltanto numeri e documenti amministrativi, ma persone con un nome, una professione, una famiglia, una cultura, una lingua e una fede.
Ed è proprio da questa dimensione umana che prende avvio il percorso museale.

Il piano terra: la memoria che emoziona
La visita si sviluppa su due livelli, concepiti secondo modalità differenti ma complementari. Al piano terra prevale il percorso emozionale: gli ambienti, i filmati, le ricostruzioni e le installazioni invitano il visitatore a entrare nella vicenda attraverso le storie individuali.
Una delle prime esperienze è dedicata a Eugenio Lipschitz, ebreo ungherese nato nel 1883 e residente a Fiume. Lipschitz fu internato a Campagna dal 28 luglio al 22 dicembre 1940. La sua esperienza è particolarmente significativa perché di quel periodo rimangono anche le testimonianze del suo diario, che restituiscono la condizione dell'internato attraverso lo sguardo diretto di chi la visse. Dopo il ritorno a Fiume, Lipschitz sarebbe stato nuovamente travolto dalla persecuzione: arrestato nel 1944, venne deportato verso Auschwitz, dove morì.
Nel museo la sua vicenda è raccontata attraverso una postazione immersiva e una proiezione semi-olografica. La figura virtuale di Lipschitz accompagna il visitatore attraverso i propri ricordi, trasformando una vicenda storica in un'esperienza personale. Non si entra semplicemente nella storia di un campo: si entra nella storia di un uomo.
Accanto a questo percorso si sviluppa la sezione dedicata a Max Tanzer e Chaim Pajes, i due medici ebrei internati a Campagna che divennero protagonisti di uno degli episodi più drammatici e umani della storia cittadina.
Il 17 settembre 1943 Campagna fu colpita da un violento bombardamento alleato che provocò 177 vittime. In quella tragedia, Tanzer e Pajes, riusciti a sottrarsi al campo dopo l'armistizio, tornarono spontaneamente nei luoghi del disastro per prestare soccorso ai feriti e contribuire alle operazioni necessarie per evitare il rischio di epidemie. Il loro intervento è documentato anche dalla stampa internazionale dell'epoca e nel 2016 i due medici hanno ricevuto la cittadinanza onoraria postuma della città di Campagna.
La loro storia è particolarmente significativa perché mostra quanto la distinzione tra internato e campagnese potesse diventare, in determinate circostanze, quasi irrilevante. Nel momento del bisogno erano semplicemente due medici che curavano altri esseri umani.
Il piano terra accompagna quindi il visitatore attraverso una sequenza che racconta l'Europa che diventa nazista, le leggi razziali, l'arresto e la deportazione, la vita nei campi, l'arrivo degli internati a Campagna e il particolare rapporto che si instaurò con la popolazione locale.
Quattro grandi pannelli sintetizzano idealmente questo viaggio: l'Europa della persecuzione, la deportazione, la vita quotidiana degli internati a Campagna e infine l'opera dei Palatucci, Giovanni e Giuseppe Maria.
In questo modo la storia europea non rimane distante. La persecuzione parte dalle leggi e dagli uffici, attraversa le stazioni ferroviarie e i luoghi di detenzione e arriva infine in una città del Mezzogiorno, dove quelle persone diventano volti, nomi e storie.

Monsignor Giuseppe Maria Palatucci pastore universale di Campagna
Al centro del racconto museale si trova la figura di monsignor Giuseppe Maria Palatucci, vescovo di Campagna dal 1937 al 1961, e il rapporto con il nipote Giovanni Palatucci, funzionario di pubblica sicurezza assegnato all'Ufficio stranieri della Questura di Fiume.
Il legame tra i due fu fondamentale nella storia degli internati. Giovanni, attraverso la propria posizione e una rete di rapporti, si adoperò per favorire il trasferimento di numerosi ebrei verso Campagna, dove la presenza dello zio vescovo e la particolare disponibilità della popolazione potevano offrire condizioni meno dure rispetto ad altri luoghi di internamento. La documentazione conservata negli archivi testimonia anche i rapporti tra monsignor Palatucci e la Santa Sede, compresi gli interventi a favore di singoli internati.
Tra i casi più documentati vi è quello di Alessandro Hoffmann, ebreo tedesco residente a Palermo e internato a Campagna. Monsignor Palatucci si rivolse alla Segreteria di Stato vaticana chiedendo un intervento in suo favore; nel novembre 1940 il provvedimento di internamento venne revocato e Hoffmann poté tornare a Palermo. La vicenda, oggi approfondita nella documentazione del Centro Studi, permette di comprendere concretamente la rete di rapporti attraverso la quale il vescovo cercò di intervenire a favore degli internati.
Il museo non racconta quindi soltanto una grande vicenda collettiva, ma anche tante piccole storie nelle quali una richiesta, una lettera, una raccomandazione o un intervento potevano significare la differenza tra la libertà e l'internamento.
A questo racconto appartiene anche Giovanni Palatucci, riconosciuto da Yad Vashem nel 1990 come “Giusto tra le Nazioni” e insignito nel 1995 della Medaglia d'Oro al Merito Civile alla memoria. La sua vicenda, tuttavia, va letta all'interno della più ampia rete di persone che contribuirono alla protezione degli internati, nella quale ebbero un ruolo importante anche le autorità locali e la popolazione di Campagna.
La storia di Giovanni terminò tragicamente. Arrestato nel 1944, fu deportato a Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945, a soli trentacinque anni. La memoria di quella vicenda è oggi una delle componenti fondamentali del percorso museale.

La musica e il dialogo tra culture
Tra le storie meno conosciute ma particolarmente suggestive raccontate dal museo vi è quella del musicista Bogdan Zinzs, legata alla figura di monsignor Palatucci e alla vita musicale della Cattedrale.
La musica diventa qui un altro linguaggio della convivenza. In un'epoca nella quale le differenze religiose venivano trasformate dal regime in motivo di persecuzione e separazione, la presenza di un musicista ebreo accanto al vescovo cattolico assume un significato che va oltre la semplice attività artistica.
Il racconto di Zinzs si inserisce così nel tema del dialogo interreligioso, uno degli aspetti che rendono la storia di Campagna particolarmente interessante: non soltanto la protezione materiale degli internati, ma anche la possibilità di mantenere viva la propria identità culturale e religiosa.
È una dimensione che il museo invita a riscoprire attraverso le diverse storie individuali, mostrando come musica, cultura, fede e rapporti personali potessero sopravvivere anche dentro una realtà nata dalla discriminazione.

Il Giardino dei Giusti
Nel percorso esterno assume un valore particolare il Giardino dei Giusti, spazio dedicato a coloro che, in tempi e situazioni diverse, hanno scelto di opporsi all'indifferenza e alla persecuzione.
Il giardino completa idealmente il percorso museale: dopo aver incontrato le leggi razziali, la deportazione, i campi e la Shoah, il visitatore si confronta con la scelta individuale di chi decide di aiutare un altro essere umano. È il passaggio dalla memoria alla responsabilità.

Il primo piano: il campo ricostruito
Salendo al primo piano, il percorso cambia registro.
Qui la memoria assume una forma più concreta attraverso la ricostruzione degli ambienti della vita quotidiana degli internati e attraverso una vasta sezione documentaria. Tra gli ambienti più significativi vi sono la camerata e la sinagoga.
La ricostruzione della sinagoga costituisce uno degli elementi più sorprendenti dell'intero museo. In un'epoca nella quale il regime fascista aveva promulgato le leggi razziali e aveva progressivamente colpito ogni aspetto della vita ebraica, gli internati riuscirono a creare a San Bartolomeo un vero spazio di preghiera.
La presenza della sinagoga racconta quindi qualcosa di molto più profondo della sola pratica religiosa. Significa che gli internati cercavano di ricostruire, anche in condizioni di privazione della libertà, una parte della propria vita comunitaria.
Nel campo furono presenti anche tre rabbini: l'apolide ed ex polacco Blaufeld Wolf, lo slovacco Bernardo Epstein e l'apolide, già italiano, David Wachsberger, officiante della sinagoga di Fiume.
Accanto alla sinagoga, la ricostruzione della camerata restituisce al visitatore una dimensione quotidiana: lo spazio condiviso, gli oggetti, la semplicità degli ambienti e la vita di persone costrette a convivere in una condizione imposta dall'autorità. Ma proprio qui emerge una delle peculiarità del campo di Campagna.
Gli internati non furono cancellati nella loro individualità. Continuarono a studiare, leggere, pregare, suonare, dipingere, scrivere e incontrare, per quanto possibile, la popolazione locale. Le fonti ricordano persino la possibilità di impartire lezioni di lingue straniere ai giovani campagnesi e l'accesso alla biblioteca del Seminario.

La sala dei nomi e la via della fuga
Uno degli ambienti più suggestivi del primo piano è la Sala dei Nomi.
Sulle pareti compaiono i nomi, i cognomi, le date di nascita, le paternità, le nazionalità e le professioni degli ebrei internati a San Bartolomeo.
È un passaggio fondamentale: dopo aver parlato di centinaia di internati, il museo restituisce a ciascuno la propria identità.
Il nome è infatti il contrario dell'anonimato. Di fronte a quelle pareti il visitatore comprende che il campo non fu abitato da una massa indistinta di persone, ma da individui provenienti da città e Paesi diversi, con professioni, famiglie, lingue e storie differenti.
La sala è inoltre costruita attraverso un gioco di luce e ombra. Nel buio, una luce indirizzata verso la finestra richiama simbolicamente la possibilità della salvezza. È la via della fuga.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, gli ultimi internati di San Bartolomeo furono fatti uscire dal campo grazie all'azione del sottufficiale di pubblica sicurezza Mariano Acone, comandante del campo, in accordo con il vescovo. Gli internati poterono allontanarsi e rifugiarsi sulle montagne circostanti, sottraendosi alla possibile cattura da parte dei tedeschi.
La finestra diventa così un simbolo semplice ma potentissimo: da una parte il luogo della prigionia, dall'altra la montagna, la fuga e la possibilità di sopravvivere.

La Sala della Shoah
Il percorso conduce poi alla Sala della Shoah, uno degli ambienti di maggiore impatto emotivo. Qui la vicenda di Campagna viene inserita nel quadro più ampio della persecuzione nazista e dello sterminio degli ebrei d'Europa.
Mappe, fotografie e pannelli ricostruiscono il progressivo sviluppo della persecuzione: le leggi razziali, i ghetti, la deportazione, i campi di concentramento e di sterminio e l'assassinio di milioni di persone.
Il percorso affronta anche il programma di sterminio noto come Aktion T4, rivolto alle persone con disabilità e ai malati di mente, mostrando come la persecuzione nazista non si limitasse alla popolazione ebraica ma si fondasse su una più ampia ideologia razziale e biologica.
Alle pareti si incontrano testimonianze, riflessioni sulla Shoah, riferimenti al Diario di Anna Frank, materiali dedicati alla genetica e alla non esistenza delle razze umane e richiami alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Sul fondo compare l'immagine del binario della morte di Auschwitz, mentre gli oggetti simbolici della deportazione — scarpe, occhiali, valigie — ricordano la dimensione concreta della distruzione. Il confronto con Campagna diventa allora inevitabile.
Da una parte l'Europa dei ghetti, delle deportazioni e dei campi di sterminio; dall'altra una città nella quale gli internati poterono, pur nella condizione di prigionia, mantenere relazioni, professare la propria fede, coltivare attività culturali e ricevere aiuto dalla popolazione.
Questo contrasto non serve a ridimensionare la tragedia della Shoah, ma a comprenderne meglio la complessità e a ricordare che la storia è fatta anche delle scelte individuali compiute nei momenti più difficili.

La mostra della "Gratitudine”
Tra le testimonianze più toccanti del museo vi sono quelle che raccontano il rapporto instaurato tra gli internati e la popolazione di Campagna.
Gli ebrei internati non furono soltanto destinatari di aiuti. Durante il loro soggiorno in città svilupparono rapporti personali, culturali e umani con i campagnesi. La loro presenza lasciò quindi una traccia nella vita della comunità.
A questa dimensione appartiene la mostra “La gratitudine degli internati”, che raccoglie opere realizzate dagli stessi internati durante il periodo trascorso a Campagna e successivamente donate alla popolazione locale in segno di riconoscenza.
Sono testimonianze preziose perché raccontano il campo da un punto di vista diverso: non soltanto attraverso i documenti amministrativi prodotti dalle autorità, ma attraverso ciò che gli internati stessi vollero lasciare alla città.
Un quadro, un disegno, un'opera realizzata durante l'internamento diventa così un messaggio rivolto al futuro: noi siamo stati qui. E, soprattutto, non abbiamo dimenticato chi ci ha aiutato.

Il museo come luogo di ricerca
Accanto alla parte emozionale, il museo svolge una importante funzione documentaria e scientifica.
Il percorso conserva documenti, fotografie, testimonianze e materiali relativi agli internati, alle leggi razziali, ai campi italiani e alla deportazione europea. La documentazione consente di approfondire non soltanto la storia di Campagna, ma anche quella più ampia dell'internamento fascista e della persecuzione degli ebrei in Italia.
Il Centro Studi “Giovanni Palatucci” rappresenta in questo senso un naturale completamento del museo. La ricerca storica, la conservazione delle fonti e le attività rivolte alle scuole e alle nuove generazioni sono parte integrante della sua missione. Il museo è infatti concepito anche come luogo di formazione, con particolare attenzione ai temi della pace, della tolleranza, della fratellanza tra i popoli e del dialogo interreligioso.
La sua funzione non è quindi soltanto quella di conservare il passato, ma di interrogare il presente.

La Medaglia d'Oro alla città
Il valore della vicenda di Campagna è stato riconosciuto anche dalle istituzioni italiane.
Nel 2006, la città ricevette la Medaglia d'Oro al Merito Civile per l'opera di assistenza e solidarietà prestata agli ebrei internati durante la guerra. La documentazione del museo ricorda questo riconoscimento come parte integrante della storia della città e della memoria degli internati.
La medaglia non cancella naturalmente la realtà dell'internamento fascista e delle leggi razziali, né trasforma la storia in un racconto privo di ombre. Al contrario, la rende ancora più significativa: in una vicenda nata dalla persecuzione, Campagna conserva la memoria di molte persone che seppero scegliere l'umanità.

Un museo per capire Campagna
Visitare il Museo della Memoria e della Pace significa dunque entrare in una pagina della storia di Campagna che non può essere separata dalla storia italiana ed europea del Novecento.
Il visitatore attraversa prima l'Europa delle leggi razziali e della persecuzione, poi incontra i volti degli internati, ascolta le loro storie, entra idealmente nelle loro camerate, vede la ricostruzione della sinagoga, conosce i medici Tanzer e Pajes, incontra le figure dei Palatucci e arriva infine davanti ai nomi di uomini che, molti dei quali, dopo essere passati da Campagna, sarebbero stati nuovamente perseguitati e deportati. Ma il percorso non termina con la morte. Il museo sceglie volutamente di parlare anche di pace.
La pace è nei rapporti costruiti tra gli internati e la popolazione. È nella musica di Bogdan Zinzs e nel dialogo tra culture e religioni. È nel gesto dei medici ebrei che, dopo essere fuggiti dal campo, tornarono ad aiutare i campagnesi feriti dal bombardamento. È nella rete di solidarietà costruita attorno agli internati. È nelle opere donate alla città come segno di gratitudine. E soprattutto è nella consapevolezza che la storia non è fatta soltanto dalle decisioni dei grandi uomini, ma anche dalle scelte quotidiane di persone comuni.
Per questo il Museo della Memoria e della Pace – Centro Studi “Giovanni Palatucci” è oggi qualcosa di più di un museo dedicato alla Shoah.
È un luogo nel quale la storia europea entra nella storia di Campagna e la storia di Campagna, a sua volta, restituisce alla memoria europea una testimonianza particolare. Una testimonianza nella quale, accanto alla tragedia della persecuzione, rimane visibile la possibilità di scegliere l'umanità. E forse è proprio questo il messaggio con cui il visitatore dovrebbe lasciare San Bartolomeo: ricordare ciò che è accaduto non soltanto per conoscere il passato, ma per riconoscere, nel presente, il valore delle scelte che difendono la dignità dell'uomo.

Una storia diversa: gli ebrei a Campagna
Tra le pagine più singolari e, allo stesso tempo, più toccanti della storia di Campagna vi è quella degli ebrei internati durante la Seconda guerra mondiale. È una storia che nasce da una realtà drammatica — quella delle leggi razziali, dell'internamento e della privazione della libertà — ma che, nel piccolo centro salernitano, assunse caratteristiche profondamente diverse da quelle che si potrebbero immaginare pensando ai luoghi di prigionia dell'Europa di quegli anni.
A Campagna, tra il 1940 e il 1943, passarono circa 590 internati, in prevalenza ebrei stranieri, provenienti soprattutto dalla Germania, dall'Austria, dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, da Fiume e da altri territori europei. Il numero degli uomini presenti contemporaneamente nel campo cambiò più volte nel corso del triennio, anche a causa dei trasferimenti verso altre località. Il loro internamento si svolse principalmente nei due ex conventi trasformati in caserme, quello di San Bartolomeo e quello dell'Immacolata Concezione.
Ma è soprattutto osservando la loro vita quotidiana che la vicenda di Campagna assume un significato particolare.
Gli uomini che arrivavano in paese giungevano spesso in condizioni umilianti, scortati e, in alcuni casi, incatenati come comuni criminali. Poi, una volta oltrepassata la soglia del campo, qualcosa cambiava. Non perché l'internamento avesse cessato di essere tale, né perché fossero venute meno le imposizioni del regime, ma perché attorno a quelle persone si sviluppò progressivamente un atteggiamento diverso. La popolazione campagnese imparò a riconoscere negli internati non il "nemico" descritto dalla propaganda fascista, ma uomini con un nome, una professione, una famiglia, una fede, una storia personale. Ed è proprio questo il primo elemento che rende diversa la vicenda di Campagna.
Gli internati non vivevano rinchiusi per l'intera giornata all'interno delle caserme. Gli edifici non disponevano infatti di uno spazio sufficiente per garantire loro la possibilità di movimento prevista dalle disposizioni dell'epoca. Fu quindi autorizzata la libera uscita entro determinate zone del paese: i limiti erano indicati da strisce dipinte sulle strade e da cartelli posti alle uscite dell'abitato. Per oltrepassarli era necessario uno speciale permesso della direzione del campo. Ma, nella pratica quotidiana, quei confini furono spesso meno rigidi di quanto avrebbero dovuto essere. Le forze dell'ordine, in diverse occasioni, chiusero un occhio e gli internati riuscirono a spingersi oltre le zone stabilite senza che ciò producesse conseguenze. Quella possibilità di camminare per Campagna cambiò completamente il volto dell'internamento.
Gli uomini cominciarono a frequentare le strade del centro, a fermarsi nelle piazze, a parlare con gli abitanti. Alcuni potevano persino affittare camere ammobiliate nelle abitazioni private, vivendo così al di fuori delle camerate collettive. In alcuni casi erano proprio le condizioni di salute o l'età a giustificare questa sistemazione, ma la presenza di internati nelle case del paese divenne anche uno degli elementi attraverso i quali nacquero rapporti personali sempre più stretti.
È difficile oggi immaginare che cosa significasse, per un uomo perseguitato a causa della propria origine e improvvisamente privato della propria libertà, poter uscire dal campo, camminare per una strada, entrare in una casa, parlare con qualcuno, sedersi a un tavolo. Eppure proprio queste azioni apparentemente semplici divennero a Campagna una forma quotidiana di dignità.
Gli internati erano spesso riconoscibili anche dal loro modo di vestire. Le fotografie dell'epoca li mostrano in abiti civili, talvolta in giacca e cravatta, mentre passeggiano per le vie del paese. Alcuni sedevano con un libro o un giornale, altri conversavano con i cittadini; altri ancora si dedicavano alle proprie passioni. Tra loro c'erano professionisti, commercianti, medici, avvocati, ingegneri, professori, musicisti, pittori, scrittori e artigiani. Non era dunque una comunità anonima: era un piccolo mondo umano e culturale che, per circostanze assurde, si era ritrovato confinato in una città del Mezzogiorno. E Campagna, lentamente, cominciò a conoscerli.
Ci furono lezioni di lingua, letture di giornali, momenti musicali, conversazioni e incontri. Fu organizzata una biblioteca e nacque persino un giornalino degli internati. Si giocava a calcio, talvolta anche contro squadre esterne o contro gli stessi uomini incaricati della sorveglianza. La musica occupava uno spazio importante: alcuni internati erano musicisti e poterono esibirsi anche fuori dal campo. Il violinista Michele Seidmann, ad esempio, suonò nella cattedrale durante la Pasqua del 1941. In un altro episodio, il musicista ebreo Bogdan Zins fu invitato a suonare l'organo durante alcune celebrazioni religiose.
Erano gesti che oggi possono apparire normali. Allora non lo erano affatto. Perché ogni incontro tra un internato e un cittadino significava, in qualche modo, superare la distanza imposta dalla legge. Ogni conversazione era una relazione che il regime non aveva previsto. Ogni amicizia rendeva più difficile trasformare una persona in una semplice categoria amministrativa: "ebreo", "straniero", "internato".
La vita nel paese arrivò così a intrecciarsi con quella del campo. Alcuni internati frequentavano le abitazioni private; altri ricevevano visite. Le famiglie campagnesi offrivano cibo, vestiti, piccoli aiuti. Non mancavano naturalmente gli scambi economici, favoriti anche dalla scarsità di beni provocata dalla guerra: gli internati disponevano talvolta di denaro o di risparmi e potevano acquistare prodotti locali, mentre i cittadini trovavano in quegli scambi una possibilità di guadagno. Non bisogna idealizzare neppure questo aspetto: accanto alla solidarietà esistettero anche episodi di opportunismo e di sfruttamento. Ma il quadro complessivo restituito dalle testimonianze è quello di una popolazione che, nella sua larga maggioranza, non mostrò ostilità verso gli internati e finì anzi per stabilire con molti di loro rapporti personali.
Particolarmente significativo fu il rapporto tra gli internati e i cittadini che avevano bisogno di cure. Tra gli uomini confinati a Campagna vi erano diversi medici. La legge ne vietava l'esercizio professionale, ma la realtà quotidiana del paese era diversa: Campagna soffriva di carenze sanitarie, di scarsità di medicinali e di personale medico, aggravate dalla guerra. Alcuni medici internati continuarono quindi, con maggiore o minore tolleranza da parte delle autorità, a visitare gli abitanti.
La storia del dottor David Schwarz è emblematica. Specialista in gastroenterologia, fu richiesto da una famiglia campagnese per curare un ragazzo affetto da una grave patologia gastrica. Il padre, dopo aver constatato il miglioramento ottenuto dal figlio, arrivò a chiedere formalmente alla Questura che al medico fosse consentito di continuare le cure. L'autorizzazione ministeriale non venne concessa, ma il fatto stesso che un cittadino si fosse rivolto a un internato e avesse cercato di difenderne il diritto a curare racconta molto del rapporto che si era creato tra questi uomini e la popolazione.
La stessa vicenda di Schwarz racconta un altro aspetto della Campagna di quegli anni: la possibilità di incontrarsi, di aiutarsi e persino di proteggersi reciprocamente.
Una volta internato, Schwarz ricevette in segreto la visita della fidanzata. Per raggiungere Campagna dalla stazione di Eboli fu aiutata da un vetturino; una donna del paese contribuì a organizzare l'incontro e arrivò persino a ospitarla per alcuni giorni. Non era soltanto un gesto di ospitalità: significava assumersi un rischio per una persona che la legge aveva trasformato in un individuo sospetto e indesiderato. Ancora più significativa fu la possibilità, per alcuni internati, di affittare una stanza presso famiglie campagnesi.
Una di queste famiglie fu quella dei Palladino, che ospitò nella propria abitazione un giovane ebreo cecoslovacco. L'uomo viveva in una semplice stanza presa in affitto e confidava ai suoi ospiti la paura costante di poter finire nelle mani dei tedeschi. Quelle persone non erano più soltanto "internati": diventavano inquilini, conoscenti, amici, uomini con cui condividere la quotidianità.
In alcuni casi nacquero legami ancora più profondi. Le testimonianze ricordano amicizie durature, rapporti di affetto e persino relazioni sentimentali tra internati e giovani donne di Campagna. Alcuni di questi legami lasciarono traccia anche nelle generazioni successive, nella nascita di famiglie e nella conservazione di oggetti donati dagli internati come segno di riconoscenza.
È forse questo il modo più concreto per comprendere che cosa accadde davvero a Campagna: non soltanto un campo con dei prigionieri, ma un paese nel quale, giorno dopo giorno, la vita degli internati finì per incontrarsi con quella degli abitanti. Anche la religione divenne uno spazio di incontro.
All'interno del campo di San Bartolomeo fu allestita una piccola sinagoga, nella quale gli ebrei potevano pregare e celebrare la propria fede. A Campagna furono internati anche tre rabbini: Blaufeld Wolf, Bernardo Epstein e David Wachsberger, quest'ultimo già officiante nella sinagoga di Fiume. La possibilità di conservare una dimensione religiosa propria rappresentava per gli internati un elemento fondamentale di identità e dignità.
Ma la peculiarità della città andò ancora oltre. Gli internati ebrei non furono semplicemente lasciati liberi di pregare secondo la propria tradizione: si svilupparono anche occasioni di incontro con la comunità cattolica locale. Il vescovo Giuseppe Maria Palatucci visitava gli internati e, secondo le testimonianze conservate, si fermava a pregare con loro. Alcuni di essi furono invitati in cattedrale e un musicista ebreo arrivò a suonare l'organo durante le celebrazioni.
Era un'immagine straordinaria per quegli anni: da una parte la sinagoga del campo, dall'altra la cattedrale; in mezzo, uomini che si incontravano senza rinunciare alla propria fede.
Questa atmosfera non sfuggì alle autorità fasciste. Alla fine del 1941 Adelchi Serena, allora segretario del direttorio nazionale del Partito Nazionale Fascista, scrisse al capo della Polizia Carmine Senise lamentando proprio la "libertà" concessa agli internati e soprattutto il loro stretto contatto con la popolazione civile.
Quella lettera è, forse, uno dei documenti più importanti per comprendere la storia di Campagna. Perché ciò che il regime considerava una debolezza del sistema di internamento — gli internati che camminavano per il paese, incontravano i cittadini, ricevevano visite, svolgevano attività e intrecciavano relazioni — è esattamente ciò che oggi permette di comprendere la forza umana di quella esperienza.
Le autorità avrebbero voluto controllare le persone. La popolazione, invece, finì per conoscerle. E quando si conosce una persona, diventa molto più difficile considerarla soltanto un nemico.
Naturalmente, Campagna non fu un luogo privo di regole. Gli internati dovevano rispettare gli appelli, erano sottoposti alla censura della posta e non potevano oltrepassare liberamente i confini autorizzati. Le lettere erano controllate, i pacchi aperti, le comunicazioni sottoposte a limitazioni. Gli internati potevano ricevere un sussidio statale, ma l'accesso ai propri risparmi era regolamentato. La libertà che sperimentavano era dunque relativa e fragile, dipendente dalle disposizioni ufficiali e, non meno importante, dalla tolleranza concreta di chi aveva il compito di sorvegliarli.
Ed è proprio questa differenza tra la norma e la vita reale a rendere Campagna così particolare.
Le regole stabilivano un confine; gli uomini spesso lo oltrepassavano. La legge stabiliva una distanza; la popolazione la riduceva.
Il regime imponeva agli internati di essere stranieri, sospetti, diversi; Campagna li trasformava, nella quotidianità, in vicini di casa, clienti, pazienti, musicisti, pittori, amici.
Persino l'arte entrò nella vita quotidiana del paese. Alcuni internati dipingevano scorci di Campagna, le sue strade, le sue case, i suoi abitanti. Camminavano con cavalletti e tavolozze e osservavano il paese con gli occhi di chi, pur essendo costretto a viverci, aveva imparato a riconoscerne la bellezza. Quelle immagini sono oggi qualcosa di più di semplici opere artistiche: sono il punto di vista di uomini che avevano perso la propria casa e che, per un periodo della loro vita, trovarono proprio qui un luogo nel quale sentirsi ancora persone. La guerra, tuttavia, continuava a incombere.
Dopo l'8 settembre 1943 gli internati furono liberati e molti si dispersero sulle montagne circostanti per sfuggire alle truppe tedesche. Campagna venne poi travolta dai bombardamenti alleati del settembre 1943. Il 17 settembre la città fu colpita duramente e centinaia di persone rimasero vittime della tragedia. E fu allora che la storia compì un ultimo, sorprendente rovesciamento.
Gli uomini che fino a pochi giorni prima erano stati chiamati "internati", e che la città aveva imparato a conoscere e rispettare, tornarono a Campagna per aiutare chi li aveva aiutati.
Tra loro vi erano i medici Max Tanzer e Chaim Pajes. In mezzo alle macerie, con la città sconvolta e i soccorsi messi a dura prova, prestarono la loro opera insieme ad altri volontari. Pajes avrebbe ricordato anni dopo come, durante quei giorni terribili, lui, Tanzer e un infermiere si fossero improvvisati soccorritori, curando i feriti e organizzando un piccolo ospedale di fortuna. È forse qui che la storia di Campagna raggiunge il suo significato più profondo.
Gli abitanti avevano accolto quegli uomini quando erano prigionieri. Avevano condiviso con loro il poco che avevano, li avevano curati, ospitati, ascoltati, accompagnati, protetti quando possibile. Gli ex internati, quando arrivò il momento più drammatico, tornarono a loro volta per curare i campagnesi feriti. Non fu soltanto solidarietà. Fu reciprocità. E questa parola, forse più di ogni altra, restituisce il senso di quella vicenda.
Campagna non fu un luogo felice: fu un luogo di internamento, nato da una delle pagine più oscure della storia italiana. Le persone che vi giunsero non erano lì per scelta e la loro libertà era comunque limitata. Ma dentro quei confini, tra le strade del paese, nelle case che aprivano le porte, nelle botteghe, nelle piazze, nelle sale dove si studiava e si suonava, nelle conversazioni quotidiane, qualcosa sfuggì alla logica della persecuzione. Gli internati furono riconosciuti come uomini. E i campagnesi, nel momento in cui li riconobbero come tali, resero più difficile che la persecuzione potesse cancellarne completamente la dignità. Questa è la "storia diversa" di Campagna.
Una storia fatta di permessi e divieti, di confini tracciati sulle strade e di confini spesso oltrepassati; di camere affittate nelle case del paese, di medici che curavano cittadini, di musicisti che suonavano nelle chiese, di rabbini che pregavano nella piccola sinagoga, di ragazzi che imparavano lingue straniere, di partite di calcio, giornali, libri, dipinti, amicizie e persino amori.
Una storia nella quale, per tre anni, uomini che la legge aveva cercato di separare dalla società finirono invece per entrarvi profondamente.
E forse è proprio questo ciò che ancora oggi rende Campagna diversa: non il fatto che l'internamento non esistesse, ma il fatto che, dentro quell'internamento, una comunità seppe lasciare spazio all'umanità.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
1. Padre Franco Stano - Riflessioni sulla vita del vescovo Palatucci.
2. Gianluca Petroni - Gli ebrei a Campagna durante il Secondo Conflitto Mondiale. 2001
3. Comitato Giovanni Palatucci – Un grande Vescovo - 2007
4. Annalisa Zito - Mons. Giuseppe Maria Palatucci - Vescovo di Campagna (1937-1961) - Visse il presente ridisegnò il futuro - anno 2016
5. Michele di Martino - Giuseppe Maria Palatucci, gli ebrei di Campagna e la rete di solidarietà. - 2021
6. Sito internet ufficiale Centro Studi Palatucci www.centrostudipalatucci.it
7. Bianco-De Simone - Giovanni Palatucci, un Giusto e un Martire cristiano. 2013

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Trailer del terzo episodio del format "Piacere, Campagna." riguardante il Museo.


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