Juan Caramuel y Lobkowitz
di Cristian Viglione
Juan Caramuel y Lobkowitz: il genio europeo che fece di Campagna una città della scienza.
Un uomo difficile da definire.
Ci sono uomini che appartengono a una città. E poi ce ne sono altri che, pur essendo nati lontano, finiscono per appartenere alla storia di quella città quasi quanto coloro che vi sono nati.
Juan Caramuel y Lobkowitz appartiene alla seconda categoria.
Nato a Madrid il 23 maggio 1606, morto a Vigevano nel settembre del 1682, Caramuel attraversò il Seicento europeo come un uomo impossibile da racchiudere in una sola definizione. Fu monaco cistercense, sacerdote, teologo, filosofo, matematico, astronomo, linguista, musicologo, architetto, ingegnere militare, teorico della probabilità, poeta e studioso dell'arte tipografica.
Scrisse più di settanta opere e si occupò praticamente di ogni campo del sapere del suo tempo. La sua cultura comprendeva matematica, astronomia, scienze naturali, filosofia, teologia, diritto, grammatica, poesia, musica, architettura e fortificazioni. E, soprattutto, per sedici anni della sua vita, dal 1657 al 1673, fu il vescovo di Campagna e Satriano.
Per noi campagnesi, dunque, Caramuel non è soltanto una grande figura della cultura europea. È il vescovo che, nel pieno del Seicento, scelse di vivere e lavorare in una città ancora ferita dalla peste, trasformandola in uno dei luoghi più sorprendenti della sua straordinaria vicenda intellettuale.
Un bambino prodigio
Juan nacque da Lorenzo Caramuel, di origine fiamminga, e da Caterina Frisse, appartenente a una famiglia boema legata ai Lobkowitz.
Il padre era un uomo colto e appassionato di matematica e astronomia. Fu proprio lui a trasmettere al figlio, ancora bambino, la passione per l'osservazione del cielo e per il calcolo.
Le fonti biografiche ricordano che Juan, appena dodicenne, era già capace di costruire proprie tavole astronomiche. La sua formazione fu precocissima.
Studiò latino, greco, filosofia, matematica e astronomia e si interessò anche alle lingue orientali. A soli quindici anni aveva già conseguito il titolo di maestro in filosofia e, poco dopo, entrò nell'Ordine cistercense presso il monastero di La Espina, in Castiglia.
Era l'inizio di una vita che avrebbe avuto come unica costante il desiderio di conoscere.
Il monaco che diventò uomo d'Europa
Nel 1623 concluse il noviziato. Da quel momento iniziò un lungo percorso attraverso alcuni dei più importanti centri culturali e teologici dell'Europa del Seicento.
Salamanca, Alcalá, Lovanio, Praga, Vienna, Roma. Ovunque passasse, Caramuel studiava, insegnava, scriveva e lasciava qualcosa di sé.
Nel 1626 insegnava già teologia a Salamanca. Nel 1638 conseguì il dottorato in teologia a Lovanio, dove entrò in contatto con quell'ambiente intellettuale dei Paesi Bassi che sarebbe stato fondamentale per la sua formazione scientifica. Ma Caramuel non era soltanto un uomo di libri.
Era anche un uomo d'azione. Durante le guerre europee del Seicento si occupò di fortificazioni e ingegneria militare e nel 1648 partecipò alla difesa di Praga assediata dagli svedesi, guidando un corpo di volontari composto anche da ecclesiastici.
Questa esperienza militare avrebbe avuto un'importanza inattesa anche nella sua futura riflessione sull'architettura. Per Caramuel, infatti, matematica, geometria, costruzione e arte non erano discipline separate. Erano diverse forme dello stesso sapere.
Un uomo conteso dai potenti
La sua fama crebbe rapidamente.
Fu chiamato a ricoprire incarichi ecclesiastici e diplomatici di grande prestigio e divenne una figura conosciuta negli ambienti politici e religiosi dell'Europa cattolica.
Entrò in rapporto con l'imperatore Ferdinando III e svolse per lui attività diplomatiche e di consulenza. Fu vicario generale a Praga e mantenne rapporti con ambienti culturali di primo livello.
Fu proprio durante gli anni trascorsi nell'Europa centrale che la sua fama di intellettuale universale raggiunse il massimo livello. Caramuel non era uno specialista. Era, per usare una definizione moderna, un vero polymath. E forse proprio questa sua capacità di passare continuamente da una disciplina all'altra rappresenta la caratteristica più affascinante del personaggio.
L'incontro con Fabio Chigi
A Praga conobbe anche Fabio Chigi, futuro papa Alessandro VII.
Quell'incontro avrebbe segnato profondamente la sua vita. Quando Chigi divenne pontefice nel 1655, Caramuel fu chiamato a Roma e nominato consultore del Sant'Uffizio e della Congregazione dei Riti.
Sembrava l'inizio della fase romana della sua definitiva consacrazione ecclesiastica. Ma proprio a Roma arrivò uno dei momenti più controversi della sua carriera.
Il teologo del probabilismo
Caramuel aveva idee teologiche molto personali.
Era un convinto sostenitore del probabilismo, una posizione che, nella teologia morale del tempo, consentiva in determinate circostanze di seguire un'opinione moralmente probabile anche quando ne esisteva una più rigorosa.
Il suo pensiero entrò così in contrasto con le correnti rigoriste e, soprattutto, con il giansenismo.
La sua Theologia moralis fundamentalis e le successive opere sulla probabilità suscitarono discussioni e critiche. Nel 1663 pubblicò l'Apologemapro antiquissima et universalissima doctrina de probabilitate, opera che fu poi inserita nell'Indice dei libri proibiti.
Sant'Alfonso Maria de' Liguori, molti anni dopo, lo avrebbe ricordato con l'espressione “princeps laxistarum”, cioè “principe dei lassisti”.
Ma ridurre Caramuel a questa controversia sarebbe un grave errore.
Perché proprio quella vicenda, che a Roma rappresentò un ostacolo alla sua carriera, finì per condurlo a Campagna. E per noi fu una fortuna.
1657: Caramuel arriva a Campagna
Il 9 luglio 1657 Juan Caramuel fu nominato vescovo della diocesi di Campagna e Satriano.
La città che lo aspettava era però molto diversa da quella che aveva conosciuto nei secoli precedenti. Nel 1656 la peste aveva colpito duramente Campagna.
La popolazione, che prima dell'epidemia si aggirava intorno alle cinquemila persone, era precipitata a poco più di 1.600 secondo la relazione inviata da Caramuel nel 1662. Il Comune di Campagna riporta il dato di circa 1.623 abitanti.
La città era ferita.
Il clero era stato decimato.
Le strutture ecclesiastiche erano in difficoltà. La vita economica e sociale aveva subito un colpo durissimo. E fu proprio qui che arrivò uno degli uomini più colti d'Europa.
Sant'Angelo le Fratte e la scelta del silenzio
Caramuel non stabilì immediatamente la propria residenza stabile a Campagna.
Le fonti locali ricordano che preferì soggiornare a Sant'Angelo le Fratte, dove fece costruire anche il palazzo vescovile e organizzò una tipografia, chiamata Arca Santa.
La scelta non fu soltanto dettata dal bisogno di tranquillità. Campagna attraversava ancora una fase di grande instabilità, segnata dalla povertà, dalle tensioni sociali, dal brigantaggio e dalle difficoltà lasciate dalla peste.
Caramuel comprese subito che prima di ricostruire una diocesi occorreva ricostruire le persone. E iniziò dal clero.
Il vescovo che volle ricostruire la diocesi
Caramuel si impegnò nella formazione del clero, nella difesa delle rendite della mensa episcopale e nella riorganizzazione della vita ecclesiastica.
Ma il suo modo di intendere il ruolo episcopale era molto particolare. Non vedeva il vescovo soltanto come un'autorità religiosa. Lo considerava anche un educatore. E così, accanto alla teologia e alla filosofia, si occupò di grammatica, di istruzione e di formazione dei giovani.
La tradizione locale ricorda addirittura il suo impegno personale nell'insegnamento della grammatica ai ragazzi di Campagna, attraverso metodi e testi semplificati. È un particolare che dice molto dell'uomo.
Caramuel poteva discutere di matematica con gli studiosi europei, di morale con i teologi, di architettura con i progettisti e di astronomia con gli scienziati. Ma allo stesso tempo riteneva importante insegnare le basi della lingua ai ragazzi di una piccola città del Mezzogiorno.
La rinascita della stampa campagnese
E poi arrivarono i libri. Qui la storia di Caramuel si lega direttamente a quella che abbiamo già raccontato attraverso Giovanni Antonio De Nigris, Marco Fileta Filiuli e Palazzo Tercasio.
Campagna possedeva già una tradizione tipografica nata nel Cinquecento. Caramuel la rilanciò con un'energia straordinaria.
Per poter continuare a pubblicare le proprie opere, organizzò una tipografia episcopale e la collegò alla sua attività culturale. L'Arca Santa, inizialmente attiva a Sant'Angelo le Fratte, divenne uno degli strumenti attraverso i quali il vescovo riuscì a mantenere una produzione libraria sorprendentemente intensa. La tipografia non era per lui un semplice laboratorio. Era una vera macchina del sapere.
Caramuel arrivava a occuparsi di tutto: della composizione, dei caratteri, della carta, della correzione, dell'impaginazione, della stampa, delle illustrazioni e perfino delle modalità con cui un libro doveva essere organizzato.
Nel 1664 pubblicò a Lione il Syntagma de arte typographica, un testo dedicato proprio all'arte della stampa. L'opera affrontava temi come la scrittura, la carta, i caratteri, la stampa a colori, le bozze, la correzione, gli indici, la censura e il lavoro dei tipografi. Il trattato era stato elaborato durante gli anni della sua esperienza italiana e quando Caramuel stava organizzando la propria tipografia episcopale. È difficile non rimanere colpiti.
L'uomo che a Campagna scriveva libri sulla matematica era anche colui che rifletteva scientificamente sul modo migliore di fabbricare quei libri.
Caramuel e le arti grafiche: quando la parola diventa immagine
Ed è proprio qui che emerge un aspetto meno conosciuto, ma straordinariamente moderno, della sua personalità.
Caramuel non concepiva la pagina come un semplice contenitore di parole. Per lui il testo poteva diventare figura. Poteva essere geometria. Poteva essere labirinto. Poteva diventare immagine.
La sua Metametrica, pubblicata nel Primus Calamus e poi sviluppata nelle edizioni successive, rappresenta uno dei capitoli più sorprendenti della poesia figurata barocca. Caramuel studiava versi che potevano procedere in forme circolari, quadrate, ascendenti, discendenti e labirintiche.
In altre parole, il poeta non si limitava a scegliere cosa dire. Decideva anche come farlo vedere.
Le sue composizioni potevano utilizzare geometrie, lettere, diagrammi, schemi e percorsi di lettura differenti.
La pagina diventava un oggetto visivo.
E proprio per questo Caramuel occupa un posto importante nella storia della poesia visiva europea.
Lo storico Giovanni Pozzi avrebbe dedicato una parte fondamentale dei suoi studi alla poesia figurata e alla Metametrica di Caramuel, riconoscendole un ruolo significativo nella tradizione moderna della parola trasformata in immagine.
Non è un caso che nei suoi labirinti poetici possano convivere lettere, geometrie, simboli, musica e immagini. Per Caramuel le arti non erano compartimenti separati. Erano linguaggi diversi di una stessa intelligenza.
La grandezza della sua arte tipografica
Il rapporto di Caramuel con la grafica raggiunse una dimensione ancora più impressionante nella sua produzione architettonica.
Quando pubblicò a Vigevano l'Architectura civil recta y obliqua, tra il 1678 e il 1679, realizzò un'opera monumentale nella quale il disegno assume un ruolo fondamentale.
Il terzo volume era infatti dedicato alle tavole e alle illustrazioni e comprendeva 162 incisioni, veri e propri strumenti di ragionamento architettonico. Il libro non era soltanto da leggere. Era da guardare.
Le incisioni mostrano piante, prospetti, geometrie, ordini architettonici e trasformazioni delle forme. Caramuel ragionava attraverso il disegno.
E questo lo rende particolarmente interessante anche per la storia delle arti grafiche.
Il suo libro è una sorta di laboratorio visivo nel quale matematica, architettura, prospettiva e poesia sembrano incontrarsi.
L'architettura: dal pensiero alla città
Caramuel non fu soltanto un teorico.
A Vigevano avrebbe lasciato la sua opera architettonica più famosa: la facciata della Cattedrale di Sant'Ambrogio.
Nel 1680 progettò il nuovo fronte della cattedrale, creando una scenografica quinta barocca capace di trasformare il rapporto tra l'edificio religioso e Piazza Ducale.
La soluzione è sorprendente perché la facciata non segue semplicemente l'orientamento dell'edificio retrostante. Caramuel utilizza la geometria per correggere visivamente una situazione urbanistica complessa. È il principio dell'architettura obliqua.
Un'architettura che non rinuncia alla geometria, ma la piega alle esigenze della percezione. Quella facciata è dunque quasi la traduzione costruita del suo modo di pensare. La geometria non serve soltanto a misurare il mondo. Serve anche a trasformarlo.
Un'architettura nata dalla matematica
Nel suo grande trattato Architectura civil recta y obliqua, Caramuel immaginò l'architetto come un uomo universale.
Per progettare un edificio, secondo la sua concezione, non bastavano l'esperienza pratica e il mestiere. Servivano matematica, geometria, astronomia, musica, filosofia, storia e teologia.
Il trattato comprendeva infatti riflessioni sulla geometria, sull'aritmetica, sui logaritmi e sulle scienze necessarie all'arte del costruire. Caramuel arrivava così a concepire l'architettura come una disciplina capace di unire il cielo e la terra. E qui ritorniamo a Campagna.
Perché l'uomo che cercava la geometria perfetta nelle sue architetture era lo stesso uomo che, durante il suo episcopato campagnese, saliva sul Monte Nero per studiare e pregare.
L'astronomo
La passione per il cielo era nata prestissimo.
Il padre Lorenzo, appassionato di astronomia, aveva trasmesso al figlio il gusto per l'osservazione degli astri. Già a dodici anni Juan costruiva tavole astronomiche. Ma l'astronomia di Caramuel non rimase un semplice passatempo giovanile. Entrò nel suo grande sistema enciclopedico del sapere.
Nei suoi progetti intellettuali la matematica, la geometria, l'architettura e l'astronomia erano strettamente collegate. La stessa Mathesis biceps annunciava ulteriori sviluppi dedicati all'architettura, alla musica e all'astronomia fisica.
Caramuel si interessò anche al problema della determinazione della longitudine attraverso le osservazioni lunari.
È uno dei tanti esempi di come un problema teorico potesse diventare, ai suoi occhi, una questione pratica. Misurare il cielo significava poter misurare meglio la Terra. E ancora una volta matematica e astronomia si incontravano
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Il cielo sopra Campagna
Forse non è casuale, allora, che Caramuel amasse ritirarsi presso l'Eremo di San Michele sul Monte Nero.
Lontano dal rumore della città poteva studiare, pregare e lavorare.
Le fonti locali raccontano che la presenza, nelle vicinanze del Palazzo Vescovile, della cosiddetta Via dell'Acqua, con mulini e frantoi, disturbasse spesso la sua concentrazione. Per questo il Monte Nero diventò uno dei suoi luoghi prediletti. È facile immaginarlo.
Un uomo seduto davanti a un tavolo. Libri aperti. Fogli pieni di numeri. Disegni geometrici. Calcoli astronomici. Versi.
E sopra di lui il cielo di Campagna.
Il 19 settembre 1671 volle addirittura celebrare presso l'eremo un'ordinazione pubblica e generale, un episodio ricordato ancora oggi da una lapide commemorativa.
Il matematico che guardò oltre il sistema decimale
Ma se c'è una ragione per la quale il nome di Caramuel continua a comparire nella storia della matematica, questa riguarda soprattutto la sua riflessione sui sistemi di numerazione.
Nel 1670, a Campagna, venne pubblicata la sua Mathesis biceps, vetus et nova.
È una delle opere più importanti della sua produzione scientifica e contiene una trattazione dei sistemi numerici in basi diverse da quella decimale. Caramuel ragionò quindi sulla possibilità di rappresentare i numeri attraverso differenti basi, compresa quella binaria.
Ed è qui che nasce una delle connessioni più affascinanti tra Campagna e la storia dell'informatica. Il sistema binario, fondato sull'uso di due soli simboli, è naturalmente alla base del modo in cui i computer moderni rappresentano ed elaborano l'informazione.
Naturalmente, sarebbe storicamente scorretto dire che Caramuel “inventò il computer” o che anticipò direttamente l'informatica moderna.
Ma è corretto riconoscere che la sua riflessione sui sistemi di numerazione in base diversa da dieci rappresenta un importante episodio nella storia della matematica che conduce alla comprensione moderna della numerazione binaria. E quella riflessione fu pubblicata proprio a Campagna.
Angoli, logaritmi e problemi impossibili
La curiosità di Caramuel non si fermava ai numeri.
Si interessò alla geometria, alla trigonometria, ai logaritmi e alla soluzione di problemi geometrici. Tra i suoi interessi vi fu anche la trisezione dell'angolo, uno dei problemi classici della geometria.
Studiò inoltre sistemi logaritmici e numerosi problemi legati al calcolo. La sua Mathesis aveva un'ambizione quasi smisurata: riunire in un unico edificio intellettuale matematica, aritmetica, algebra, geometria e altre discipline scientifiche.
Il titolo stesso dice tutto: Mathesis biceps, vetus et nova. Una matematica “a due teste”, antica e nuova.
Caramuel voleva tenere insieme il sapere ricevuto dal passato e le nuove possibilità offerte dalla scienza del Seicento.
Caramuel musicista e teorico della musica
E poi c'è un altro Caramuel ancora. Quello della musica.
La musica occupò infatti un posto importante nella sua produzione. Non si limitò ad apprezzarla come arte, ma ne studiò la struttura matematica e teorica.
Già negli anni Quaranta aveva lavorato su problemi legati alla teoria musicale e al canto.
Nel 1669 pubblicò a Roma l'Arte nueva de musica, dedicata alla teoria del canto e alla questione della solmisazione. Il testo riprendeva le teorie del cistercense Pedro de Ureña e discuteva criticamente il sistema tradizionale attribuito a Guido d'Arezzo.
La sua ricerca musicale riguardava quindi anche il rapporto tra matematica, proporzione e suono.
Non è un caso che, nel grande progetto della Mathesis, accanto all'architettura e all'astronomia comparisse anche la musica.
Per Caramuel il suono aveva una struttura. E ciò che possiede una struttura può essere studiato matematicamente. Musica, geometria e arti grafiche.
È proprio questa capacità di passare da un'arte all'altra che rende Caramuel così moderno.
Un ritmo può essere rappresentato con una successione. Una successione può diventare una formula. Una formula può diventare una figura. Una figura può diventare architettura. E un'architettura può trasformarsi nuovamente in geometria. Caramuel viveva in questo continuo passaggio.
I suoi labirinti poetici potevano contenere contemporaneamente testo, geometria e musica; le sue opere architettoniche utilizzavano matematica e prospettiva; i suoi trattati scientifici erano costruiti attraverso schemi e tavole. Era un uomo che non si limitava a scrivere il sapere.
Si rese protagonista addirittura di ingegnosi cembali e violicembali.
Un'enciclopedia vivente.
A questo punto si comprende perché sia così difficile classificare Caramuel.
Era un teologo che si occupava di matematica. Un matematico che studiava musica. Un astronomo interessato all'architettura. Un architetto che rifletteva sulla prospettiva. Un poeta che trasformava le parole in figure. Un vescovo che organizzava tipografie. Un tipografo che scriveva trattati sulla stampa. Un uomo di Chiesa che partecipava alle grandi discussioni scientifiche del suo tempo.
Le fonti gli attribuiscono una produzione superiore alle settanta opere e una conoscenza linguistica eccezionale. La tradizione biografica gli attribuisce la conoscenza di numerose lingue e persino tentativi di costruire sistemi linguistici universali. Era, insomma, quello che il Seicento chiamava un poligrafo.
Ma forse la definizione più appropriata è quella di uomo universale del Barocco.
Campagna diventa una tipografia europea
Il soggiorno campagnese ebbe dunque un significato enorme.
Caramuel non trovò qui le biblioteche e le accademie delle grandi capitali europee. Trovò invece una città provata dalla peste.
E proprio qui decise di continuare a produrre cultura. La sua tipografia divenne uno strumento fondamentale.
Nel 1667 uscì la Logica moralis.
Nel 1668 fu stampata la seconda versione della Metrica poetica.
E nel 1670 arrivò la Mathesis biceps, stampata a Campagna dalla tipografia episcopale. Il catalogo bibliografico registra infatti l'edizione campagnese del 1670 come pubblicata dalla Officina episcopalis.
Pensiamoci per un momento. Nel Seicento, in una piccola città del Mezzogiorno appena uscita da una terribile epidemia, veniva stampata una grande enciclopedia matematica europea. È una delle pagine più straordinarie della storia culturale di Campagna.
Campagna e l'Europa del sapere
Attraverso Caramuel, Campagna entrò nuovamente in contatto con il grande dibattito culturale europeo.
Il vescovo mantenne rapporti con studiosi e intellettuali del suo tempo e la sua rete culturale comprendeva figure come René Descartes, Athanasius Kircher e altri protagonisti della cultura scientifica seicentesca. Studi recenti hanno inoltre sottolineato i suoi rapporti con ambienti scientifici italiani, compresa l'Accademia degli Investiganti a Napoli. La città non era più soltanto il luogo dove si stampavano libri. Era diventata uno dei luoghi nei quali un grande intellettuale europeo poteva pensare, scrivere e pubblicare. E questo significa moltissimo.
Il legame con la Campagna dei libri
Caramuel rappresenta anche il naturale proseguimento di quella tradizione campagnese che abbiamo incontrato con De Nigris, Fileta Filiuli e Tercasio.
Prima di lui c'era stata la stagione cinquecentesca della stampa.
Poi arrivò un vescovo straniero, nato a Madrid, che prese quella tradizione e la trasformò in uno strumento di respiro europeo. De Nigris aveva portato il libro a Campagna. Fileta aveva dato alla cultura campagnese una dimensione umanistica e antiquaria. Tercasio aveva trasformato la propria eredità in un luogo della cultura e della stampa. Caramuel fece un passo ulteriore. Portò a Campagna il sapere enciclopedico dell'Europa barocca.
Il trasferimento a Vigevano
Nel 1673 arrivò il momento di lasciare Campagna. Il 17 agosto fu trasferito alla diocesi di Vigevano. Dopo sedici anni, Caramuel abbandonò la nostra città e si spostò in Lombardia. Ma anche qui continuò a lavorare senza sosta. Fondò una nuova tipografia e continuò a pubblicare. E soprattutto trasformò le proprie teorie architettoniche in un'opera concreta.
La Piazza Ducale e l'ultima grande opera
A Vigevano progettò la nuova facciata della Cattedrale di Sant'Ambrogio.
Nel 1680 il progetto fu realizzato, trasformando il rapporto tra il Duomo e la celebre Piazza Ducale. La facciata venne concepita come una grande quinta scenografica capace di regolarizzare visivamente l'irregolarità dell'edificio rispetto alla piazza. È probabilmente la testimonianza più concreta della sua teoria dell'architettura obliqua. La sua idea era semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: non sempre ciò che è geometricamente irregolare deve apparire irregolare.
L'architettura può utilizzare la geometria per correggere la percezione. E Caramuel lo dimostrò costruendo.
L'ultima grande enciclopedia
Nel 1678 uscì a Vigevano la sua Architectura civil recta y obliqua.
Era un'opera enorme, articolata in più volumi e ricchissima di tavole incise. Il progetto era talmente vasto da comprendere non soltanto l'architettura, ma matematica, geometria, aritmetica, prospettiva, astronomia e musica. Il terzo volume era quasi un atlante visivo. 162 incisioni trasformavano le idee dell'autore in immagini. È qui che Caramuel raggiunge forse il punto più alto della sua ricerca sulle arti grafiche. La pagina diventa architettura. Il disegno diventa matematica. La geometria diventa arte. E l'arte diventa uno strumento per comprendere il mondo.
Gli ultimi anni
Caramuel morì a Vigevano nel settembre del 1682, dopo una vita trascorsa quasi interamente tra libri, viaggi, diocesi, corti, università e tipografie. Treccani e MacTutor riportano rispettivamente l'8 e il 7 settembre come data della morte, una piccola discordanza presente nelle fonti biografiche.
Aveva settantasei anni. Aveva vissuto in un'Europa attraversata da guerre, epidemie, dispute religiose e rivoluzioni scientifiche. Aveva conosciuto imperatori, re, cardinali, scienziati e filosofi. Aveva insegnato, combattuto, progettato fortificazioni, scritto libri, disegnato architetture, studiato il cielo, ragionato sui numeri e discusso di musica. Ma una parte importante della sua vita era rimasta legata a Campagna.
Il Caramuel campagnese
E allora, quando pensiamo a Juan Caramuel, non dovremmo immaginare soltanto il grande intellettuale spagnolo.
Dovremmo immaginare anche l'uomo che arrivò in una Campagna devastata dalla peste. Un uomo che avrebbe potuto vivere nei grandi centri culturali europei. E invece si ritrovò in una città ferita del Mezzogiorno. E qui scrisse. Qui stampò. Qui studiò. Qui insegnò. Qui osservò il cielo. Qui cercò il silenzio dell'eremo di San Michele. Qui pubblicò la sua Mathesis biceps. Qui continuò a coltivare la sua idea di un sapere nel quale matematica, filosofia, musica, architettura e teologia potessero dialogare. E qui lasciò qualcosa che va oltre i suoi libri. Lasciò un modello.
Il campagnese adottivo
Forse è questo il motivo per cui Caramuel può essere considerato, a pieno titolo, uno dei grandi personaggi della storia culturale di Campagna.
Non era nato qui. Non era campagnese per sangue. Ma fu campagnese per una parte importante della sua vita. E soprattutto fece qualcosa che appartiene profondamente alla storia della nostra città: trasformò il sapere in patrimonio collettivo. Quando pensiamo alla Campagna del Cinquecento, incontriamo la stampa di De Nigris e Fileta. Quando pensiamo alla Campagna del Seicento, incontriamo la tragedia della peste. Ma proprio dopo quella tragedia arrivò Caramuel. E in mezzo alle rovine della peste, mentre la città cercava lentamente di rialzarsi, ricominciarono a uscire dalle tipografie libri di matematica, teologia, filosofia, metrica e scienza. È quasi come se Campagna avesse risposto alla morte con la cultura.
Una lezione che arriva fino a noi
Oggi viviamo in un mondo nel quale la matematica è nei computer, la musica è digitale, le immagini viaggiano sugli schermi, la grafica è diventata una forma universale di comunicazione e l'architettura dialoga quotidianamente con la geometria e l'informatica. Caramuel visse quattro secoli fa. Eppure, leggendo le sue opere, si incontrano sorprendentemente molti degli stessi problemi: come rappresentare l'informazione; come trasformare i numeri; come organizzare una pagina; come collegare immagine e parola; come rappresentare lo spazio; come usare la geometria per modificare la percezione; come descrivere il cielo attraverso la matematica; come trasformare il suono in regola; come costruire un sapere capace di attraversare discipline diverse.
Non fu un uomo del futuro.
Fu, più propriamente, un uomo del suo tempo che portò il suo tempo fino alle sue estreme possibilità.
Grazie, Juan. Forse, alla fine, ciò che resta di Caramuel non è soltanto il sistema binario. Non è soltanto la Mathesis biceps. Non è soltanto la sua architettura. Non è soltanto la musica. Non sono soltanto i suoi labirinti poetici o le sue splendide incisioni. Non è soltanto la tipografia. È soprattutto l'idea che il sapere non debba conoscere confini. Caramuel ci insegna che un matematico può amare la musica. Che un vescovo può interessarsi alle stelle. Che un architetto può pensare come un filosofo. Che un poeta può costruire geometrie. Che un tipografo può diventare teorico dell'arte della stampa. E che una piccola città può diventare, per un momento, una finestra aperta sull'Europa. Per questo, ancora oggi, quando camminiamo per Campagna e pensiamo a quell'uomo arrivato da Madrid, possiamo sentirlo un po' nostro.
Perché Juan Caramuel y Lobkowitz fu certamente un grande europeo.
Ma per sedici anni fu anche il nostro vescovo. E a Campagna lasciò una delle testimonianze più belle di ciò che una città può diventare quando decide di non smettere di pensare. Il sapere, come amava dimostrare Caramuel, è un tesoro che più si divide, più si moltiplica.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. Memorie storiche della Città di Campagna – A.V. Rivelli – anno 1895 – Ed. Forni.
2. Anna Giordano – I regesti delle pergamene del Capitolo Di Campagna (1170 – 1772) – anno 2004 – Ed.
4. Jacopo Antonio Tadisi - Memorie della vita di Giovanni Caramuel di Lobkowitz - anno 1760
4. Paolo Pissavino - Gli ingegnosi cembali e violocembali di Caramuel - Le meraviglie del probabile Juan Caramuel - Atti del convegno internazionali di studi.
5. Daniele Sabaino - Per un'edizione critico-genetica dei manoscritti di Caramuel: Una proposta di metodo filologico e di rappresentazione ecdotica.
6. Daniele Sabaino e Paolo Pissavino - Un'altra modernità Juan Caramuel Lobkowitz (1606-1682): enciclopedia e probabilismo.
7. Massimo Leone - Linguaggio e transustanziazione: intorno all'opera di Juan Caramuel Lobkowitz
8. Giancarlo Truffa - Juan Caramuel vescovo astronomo: dalla Luna ai satelliti
9. Diego Velázquez y la pintura oblicua de Juan Caramuel
10. Jorge Fernández-Santos y la probable arquitectura de Juan Caramuel
11. Luisa Paternicò - “Martino Martini e Juan Caramuel y Lobkowitz, La Grammatica linguae sinensis”. Studi Trentini di Scienze Storiche (Sez. I). vol. 3
12. Alessandro Catalano - Juan Caramuel Lobkowicz (1606–1682) e la riconquista delle coscienze in Boemia
13. Ludovico Cutino - Storia di Campagna e dei suoi vescovi.


