Chiesa del SS. Salvatore e S.Antonino.
di Cristian Viglione
La chiesa sorge nell'antico quartiere di Zappino, che costituiva il primo nucleo abitato della futura Campagna. Per chi giungeva percorrendo la strada proveniente dal fondo Furano, rappresentava il primo edificio religioso che si incontrava all'ingresso della nascente Nova Campaniae.
La sua collocazione non fu casuale. È verosimile che fosse stata concepita per accogliere viandanti e pellegrini diretti al castrum campagnese, offrendo loro un luogo di preghiera e di ristoro spirituale appena oltrepassate le porte dell'abitato.
Dal punto di vista documentario, la prima attestazione certa della chiesa risale al 1168. Tale riferimento lascia supporre che la sua edificazione sia precedente e possa essere collocata, con buona probabilità, tra la fine dell'XI e i primi decenni del XII secolo, anche se, allo stato attuale delle ricerche, non è ancora possibile stabilirne con precisione la data di fondazione.
Architettura e arredi
Considerata una delle chiese più suggestive dell'intero territorio campagnese, l'edificio presenta una struttura a tre navate. Quella centrale è caratterizzata da un imponente colonnato risalente al XVI secolo, elemento che conferisce all'interno particolare armonia e solennità.
Le navate laterali ospitano numerosi altari dedicati ai santi della tradizione locale. Sul lato destro si trovano gli altari di San Francesco da Paola e della Madonna della Neve; sul lato sinistro domina invece il monumentale altare dedicato a Sant'Antonino, patrono della città, accanto al quale è custodita la celebre Colonna Taumaturgica.
Il patrimonio artistico della chiesa comprende inoltre dipinti, mosaici e statue di notevole interesse devozionale. Tra questi si ricordano il mosaico del Battesimo di Cristo, le tele raffiguranti Santa Rosa, Santa Lucia, il Sacro Cuore di Gesù, San Lorenzo e la Madonna di Pompei, oltre alle statue di San Rocco, del Crocifisso, di San Giuseppe e alla preziosa statua processionale in argento di Sant'Antonino.
Il soffitto ligneo dorato è impreziosito da tre grandi tele raffiguranti un miracolo di Sant'Antonino, la Madonna con i Santi e la Trasfigurazione di Gesù.
Le testimonianze orali raccolte nel corso degli anni, tra cui quelle del compianto Mattia Quaranta e di mio padre, concordano nell'indicare la presenza, nel sottosuolo della chiesa, di ambienti destinati alla sepoltura, secondo una pratica diffusamente adottata fino all'Editto di Saint-Cloud del 12 giugno 1804.
Secondo tali testimonianze, l'accesso a questi ambienti sarebbe stato collocato tra l'attuale altare maggiore e la sagrestia. La botola, tuttavia, sarebbe stata definitivamente chiusa durante il rifacimento della pavimentazione eseguito intorno alla metà degli anni Sessanta del Novecento, rendendo oggi impossibile qualsiasi verifica diretta.
Dalle origini longobarde alla trasformazione medievale
La tradizione attribuisce la fondazione della chiesa all'epoca longobarda, quando era dedicata a San Girolamo. L'edificio originario doveva presentare dimensioni piuttosto modeste, adeguate alle esigenze della piccola comunità locale ma insufficienti ad accogliere il crescente numero di pellegrini che vi giungevano.
La situazione cambiò radicalmente il 13 dicembre 1258, quando la Colonna degli Ossessi, già venerata nell'abbazia di Santa Maria la Nova e legata alla figura di Sant'Antonino Abate, fu traslata nella chiesa di Zappino. L'arrivo della reliquia determinò un notevole incremento della devozione popolare e rese necessario l'ampliamento dell'edificio.
Fu così che la Confraternita della Madonna della Neve, con il sostegno delle principali famiglie cittadine, promosse la costruzione di un nuovo e più ampio tempio, capace di accogliere il crescente afflusso di fedeli e, al tempo stesso, di porre rimedio ai persistenti problemi di umidità che interessavano la struttura originaria.
Il nuovo edificio fu realizzato con una lunghezza di circa trenta metri, una larghezza di quattordici metri e un'altezza della navata centrale di circa dieci metri, dimensioni che ancora oggi ne testimoniano l'importanza religiosa e architettonica.
Nel 1540 la chiesa assunse una nuova intitolazione, quando l'arciprete don Antonio Principato donò una statuetta lignea del Santissimo Salvatore. Da quel momento l'edificio prese il nome di Chiesa del SS. Salvatore.
Nel 1922, durante l'episcopato di monsignor Cesarano, alla storica dedicazione venne affiancata quella a Sant'Antonino, sancendo ufficialmente il profondo legame tra il tempio e il patrono della città.
Le trasformazioni della chiesa nei secoli.
Nel corso dei secoli la chiesa ha conosciuto numerosi interventi di ampliamento, restauro e rinnovamento. I più significativi furono realizzati nel secondo dopoguerra e dopo il terremoto del 23 novembre 1980. Nonostante tali opere, l'edificio ha conservato pressoché intatta la propria struttura originaria, insieme agli elementi architettonici, artistici e devozionali che ne caratterizzano l'identità.
Uno dei primi grandi interventi documentati risale al XVI secolo, in seguito all'insediamento del primo vescovo della diocesi di Campagna e Satriano, mons. Cherubino Caetani, nel 1525. Consapevole delle precarie condizioni dell'edificio, il presule promosse un'importante campagna di lavori finalizzata soprattutto a contrastare le persistenti infiltrazioni d'acqua e i gravi problemi di umidità che da secoli interessavano la chiesa.
L'obiettivo principale era preservare la Colonna Taumaturgica e l'altare dedicato a Sant'Antonino, ormai divenuti il fulcro della devozione cittadina. Contestualmente furono realizzati anche importanti interventi di carattere architettonico e decorativo, tra i quali l'installazione dell'imponente colonnato che ancora oggi scandisce la navata centrale.
Secondo gli storici Raffaele e Alfonso D'Ambrosio, le colonne proverrebbero da edifici di età romana, probabilmente appartenenti a un antico tempio dedicato a Giove situato nella località di Tuori. Reimpiegate durante i lavori cinquecenteschi, esse costituirebbero uno dei più significativi esempi di riutilizzo di materiali antichi presenti nel patrimonio monumentale campagnese.
Nonostante tali interventi, la chiesa continuò a soffrire di problemi strutturali legati all'umidità almeno fino alla conclusione dei lavori della primitiva cattedrale, nel 1683. L'acqua minacciava ormai anche le fondazioni, rendendo indispensabile un nuovo e radicale intervento di consolidamento.
Fu allora che il vescovo Guarnieri, d'intesa con il duca Pironti, feudatario di Campagna, promosse un'importante opera di risanamento, resa possibile anche grazie al generoso contributo economico e materiale della popolazione. La profonda devozione dei fedeli verso Sant'Antonino rappresentò la principale forza motrice di un cantiere destinato a protrarsi per diversi anni.
Al termine dei lavori la chiesa assunse, nelle sue linee essenziali, l'aspetto che ancora oggi possiamo ammirare.
Il mutamento dell'ingresso e il nuovo assetto della chiesa.
A questa fase edilizia risale anche una delle trasformazioni più significative dell'intero complesso: il cambiamento dell'orientamento della chiesa.
Durante la costruzione del palazzo ducale, infatti, il duca Pironti dispose l'abbattimento dell'antico campanile e ne finanziò la ricostruzione in una diversa posizione. Contestualmente fece invertire l'accesso principale all'edificio sacro, così da armonizzarlo con il nuovo assetto urbanistico e conferire maggiore prestigio al proprio palazzo.
Questa scelta modificò profondamente la percezione dell'edificio, tanto che l'attuale facciata non corrisponde più a quella originaria concepita dai costruttori medievali.
L'arricchimento artistico del Settecento.
Completati i principali interventi strutturali, il XVIII secolo fu dedicato all'abbellimento dell'interno.
In questo periodo venne realizzato il magnifico soffitto ligneo a cassettoni dorati, autentico capolavoro del barocco locale. Le tre grandi tele incastonate nella struttura furono dipinte dal pittore Michele Ricciardi e costituiscono uno dei cicli pittorici più importanti della chiesa.
La prima tela, collocata in prossimità dell'ingresso, raffigura la Gloria di Sant'Antonino; quella centrale rappresenta la Vergine Immacolata circondata dai grandi Dottori della Chiesa — Sant'Agostino, Sant'Ambrogio, San Girolamo e San Bonaventura — mentre la terza raffigura la Trasfigurazione di Cristo sul monte Tabor.
Sempre nel Settecento, e precisamente nel 1775, fu installato il pregevole organo a canne ancora oggi presente sopra l'ingresso principale, sostenuto da due colonne e perfettamente inserito nell'armonia architettonica della controfacciata.
Il culto di Sant'Antonino e la Colonna Taumaturgica.
Tra gli elementi che maggiormente caratterizzano la storia della chiesa del SS. Salvatore e Sant'Antonino vi è senza dubbio il culto legato alla Colonna Taumaturgica, da secoli considerata il simbolo della protezione del Santo Patrono contro le forze del male.
A partire dal XIV secolo, e fino ai primi anni Novanta del Novecento, numerose fonti documentarie e testimonianze locali attestano la presenza, nella chiesa di Zappino, di pratiche esorcistiche connesse alla devozione verso Sant'Antonino. Per molti secoli il tempio fu meta di pellegrini provenienti anche da località lontane, convinti di poter ottenere, per intercessione del Santo, la liberazione dalle possessioni diaboliche o da altre forme di sofferenza spirituale.
Le radici di questa particolare devozione affondano nella tradizione agiografica relativa alla vita di Sant'Antonino Abate.
Secondo le antiche biografie, il Santo condusse un'esistenza improntata all'ascesi e alla mortificazione del corpo. La meditazione sulla Passione di Cristo costituiva il centro della sua spiritualità, tanto da spingerlo a sottoporsi volontariamente a severe pratiche penitenziali, considerate un mezzo per rafforzare la fede e resistere alle tentazioni.
In questo contesto si inserisce la tradizione della Colonna, alla quale Antonino sarebbe stato solito legarsi durante le notti del venerdì, giorno dedicato al ricordo della morte di Cristo. Tale gesto, interpretato simbolicamente come una partecipazione alle sofferenze del Redentore, alimentò nei secoli la convinzione che il Santo avesse ricevuto da Dio uno speciale potere contro le insidie del demonio.
È proprio da questa tradizione che nacque il titolo di Liberatore degli Ossessi, con il quale Sant'Antonino è ancora oggi ricordato nella devozione popolare campagnese.
L'origine della Colonna.
L'origine della Colonna Taumaturgica è tuttora oggetto di discussione.
Diversi studiosi del passato ritenevano che provenisse da un edificio di età romana successivamente riutilizzato in ambito cristiano. Rimangono invece discordanti le ipotesi relative al luogo del suo rinvenimento: alcuni la collegano all'antico cenobio benedettino di Santa Maria la Nova, altri ritengono che essa fosse giunta da Montecassino insieme alle reliquie e alla memoria del Santo.
In assenza di prove definitive, entrambe le ipotesi restano aperte e continuano a essere oggetto di studio.
Le pratiche esorcistiche
La più antica testimonianza documentaria finora nota risale al 1302 ed è riportata dal canonico Filippo Gibbone nella sua pubblicazione del 1885.
L'autore descrive un caso di liberazione da possessione diabolica, illustrando le modalità con cui venivano celebrate le preghiere di esorcismo e aggiungendo un'informazione di particolare interesse storico: tali pratiche sarebbero già state in uso presso l'abbazia di Santa Maria la Nova, prima ancora che la Colonna fosse trasferita nella chiesa di Zappino.
Secondo il racconto di Gibbone, i monaci benedettini conducevano davanti alla Colonna le persone ritenute possedute, che venivano legate al sacro reperto mentre i religiosi e i familiari si ritiravano in preghiera. Il rito proseguiva lasciando il malato solo all'interno della chiesa, nella fiduciosa attesa dell'intervento divino per intercessione di Sant'Antonino.
La medesima tradizione sarebbe poi proseguita nella chiesa del SS. Salvatore e Sant'Antonino, dove, secondo la devozione popolare, il posseduto veniva affidato alla protezione del Santo fino al manifestarsi della guarigione.
Tra i racconti tramandati nel corso dei secoli ricorre con frequenza quello relativo a una piccola campana che, secondo la tradizione, avrebbe iniziato a suonare spontaneamente nel momento della liberazione dell'ossesso. Ancora oggi quella campanella è custodita accanto all'altare dedicato a Sant'Antonino, quale memoria di un culto che ha profondamente segnato la storia religiosa della città.
La venerazione della Colonna
Fin dalla sua collocazione nella chiesa di Zappino, la Colonna Taumaturgica divenne oggetto di una venerazione straordinaria.
In origine era priva dell'attuale capitello, aggiunto soltanto in epoca successiva. Attorno ad essa si sviluppò, nel corso dei secoli, una devozione che ancora oggi conserva un forte valore identitario per la comunità campagnese.
Numerosi fedeli continuano infatti a considerarla un segno tangibile della protezione di Sant'Antonino, affidandole preghiere, richieste di grazia e invocazioni di conforto spirituale.
La fama della Colonna superò ben presto i confini della diocesi. Gli stessi Bollandisti, nella monumentale raccolta degli Acta Sanctorum, ripresero le testimonianze di autorevoli scrittori del XVI secolo, tra cui Michele Laccheo, Marco Filiuli e Giulio Cesare Capaccio, riportando le tradizioni relative ai prodigi attribuiti all'intercessione di Sant'Antonino nella chiesa di Zappino.
Queste testimonianze contribuirono a consolidare la notorietà del santuario, rendendolo uno dei principali luoghi di pellegrinaggio dell'Italia meridionale dedicati alla liberazione dagli spiriti maligni.
Tra storia, fede e testimonianza
Nel corso dei secoli la documentazione relativa agli esorcismi celebrati nella chiesa del SS. Salvatore e Sant'Antonino è divenuta particolarmente ricca. Accanto alle fonti archivistiche si affiancano numerose testimonianze tramandate dalla tradizione orale, che costituiscono un patrimonio culturale di grande interesse, pur richiedendo, come ogni testimonianza storica, un'attenta valutazione critica.
Tra i casi più recenti documentati figura quello riportato da mons. Giuseppe Maria Palatucci, ultimo grande vescovo della diocesi di Campagna, il quale lasciò una dettagliata relazione riguardante una donna campagnese che, negli anni Cinquanta del Novecento, manifestò fenomeni ritenuti all'epoca riconducibili a una possessione diabolica durante la Quindicina dedicata alla Madonna di Avigliano.
Nella sua testimonianza il presule descrive le difficoltà incontrate nel corso dell'assistenza spirituale prestata alla donna, il lungo periodo di preghiera necessario e il determinante contributo di padre Cutino, cui venne attribuita la conclusione positiva del caso.
Naturalmente, episodi di questo genere devono essere letti alla luce del contesto storico e culturale nel quale maturarono. Per secoli, infatti, fenomeni che oggi la medicina e la psichiatria sono spesso in grado di spiegare attraverso precise diagnosi cliniche venivano interpretati secondo categorie esclusivamente religiose.
La stessa Chiesa cattolica, soprattutto fino alla seconda metà del Novecento, tendeva talvolta a ricondurre alla possessione diabolica manifestazioni che oggi vengono associate a patologie neurologiche o psichiatriche. Il progresso delle scienze mediche ha consentito di distinguere molte di queste condizioni, riducendo significativamente il numero dei casi ritenuti effettivamente riconducibili a fenomeni di natura preternaturale.
Ciò nonostante, la devozione verso Sant'Antonino quale liberatore degli ossessi non ha mai cessato di esercitare un profondo fascino sulla comunità campagnese. Essa continua a rappresentare una componente fondamentale della memoria collettiva cittadina e della storia religiosa del territorio.
Nel corso delle mie ricerche ho raccolto numerose testimonianze dirette da persone conosciute e ritenute pienamente affidabili. Alcune provengono da anziani del quartiere di Zappino, altre da fedeli che hanno assistito, negli ultimi decenni del Novecento, a celebrazioni e preghiere di liberazione svoltesi all'interno della chiesa.
Anch'io sono cresciuto nel quartiere di Zappino e conservo ricordi, seppur lontani e frammentari, di persone accompagnate in chiesa tra grida, pianti e manifestazioni che, agli occhi di un bambino, apparivano difficili da comprendere. Col tempo ho ascoltato numerosi racconti di chi visse quegli eventi da adulto. Le descrizioni coincidono spesso nel riferire episodi di particolare intensità emotiva: persone che sembravano manifestare una forza inconsueta, cambiamenti improvvisi della voce, comportamenti insoliti o stati di coscienza alterati.
Non spetta allo storico stabilire se tali fenomeni abbiano avuto origine soprannaturale oppure una spiegazione scientifica. Il suo compito è piuttosto documentare ciò che le fonti raccontano, contestualizzarlo e restituirlo al lettore con il massimo rigore possibile.
Resta tuttavia un dato difficilmente contestabile: per oltre sette secoli migliaia di uomini e donne hanno riconosciuto nella Colonna Taumaturgica e nell'intercessione di Sant'Antonino un motivo di speranza, affidando al Santo le proprie sofferenze e le proprie preghiere.
È proprio questa continuità di fede, più ancora dei singoli episodi narrati, a rappresentare il vero valore storico di questo luogo.
Ognuno, naturalmente, è libero di trarre le proprie conclusioni.
Lo storico può ricostruire i fatti, confrontare le fonti e distinguere, per quanto possibile, la documentazione dalla tradizione. La fede, invece, appartiene alla sfera più intima della coscienza personale e sfugge, per sua natura, a qualsiasi dimostrazione scientifica.
Forse è proprio in questo equilibrio, sospeso tra storia e spiritualità, che risiede il fascino più autentico della chiesa del SS. Salvatore e Sant'Antonino e del culto che, ancora oggi, continua a vivere nel cuore della comunità campagnese.
L'antico legame tra Zappino e Santa Maria la Nova.
La storia della chiesa del SS. Salvatore e Sant'Antonino è profondamente intrecciata con quella dell'antica abbazia di Santa Maria la Nova. Non si tratta soltanto del luogo in cui la tradizione colloca la permanenza di Sant'Antonino Abate o della sede originaria della Colonna Taumaturgica, ma di due centri che, nel corso dei secoli, hanno rappresentato i principali riferimenti spirituali della comunità campagnese.
La traslazione della Colonna da Santa Maria la Nova alla chiesa di Zappino segnò il passaggio di un patrimonio devozionale che, pur cambiando sede, mantenne inalterata la propria continuità religiosa. Più che una semplice trasferimento materiale, essa rappresentò il passaggio di una memoria spirituale destinata a consolidarsi nei secoli successivi.
Esiste tuttavia un ulteriore elemento che accomuna questi due luoghi di culto: la presenza della devozione alla Madonna della Neve e a San Francesco da Paola, testimonianza dell'incontro tra la tradizione benedettina e quella dei Minimi.
L'arrivo dei Minimi.
La presenza dell'Ordine dei Minimi a Santa Maria la Nova fu resa possibile grazie all'opera di una delle famiglie più illustri della storia di Campagna: i Guerriero.
Nel 1467, alla morte dell'ultimo abate benedettino, il campagnese Francesco Santillo, l'abbazia fu concessa in commenda a Orlando Orsini, appartenente alla potente famiglia che deteneva anche la signoria della città. Successivamente l'amministrazione passò a Luigi Guerriero e, dopo la sua morte, al nipote Melchiorre Guerriero.
Figura di primo piano dell'Umanesimo meridionale, Melchiorre Guerriero ricoprì prestigiosi incarichi presso la Curia romana, tra cui quello di Abbreviatore Apostolico e Custode della Cancelleria Apostolica durante i pontificati di Leone X e Clemente VII. Uomo di vasta cultura e profondo senso religioso, promosse un ampio progetto di valorizzazione del territorio campagnese.
Fu proprio nell'ambito di questo programma che, nel 1516, affidò ai frati Minimi di San Francesco da Paola l'abbazia di Santa Maria la Nova, la chiesa rurale di Santa Lucia e numerosi beni annessi.
L'Ordine mantenne la gestione del complesso monastico fino alle soppressioni napoleoniche dei primi anni dell'Ottocento, lasciando un'impronta profonda nella vita religiosa della città.
Il passaggio di San Francesco da Paola
La tradizione locale conserva il ricordo del passaggio di San Francesco da Paola presso l'abbazia di Santa Maria la Nova durante il viaggio che lo condusse in Francia.
Nel 1483 il sovrano Luigi XI, gravemente malato, chiese infatti al pontefice Sisto IV di poter incontrare il celebre eremita calabrese, la cui fama di santità aveva ormai oltrepassato i confini del Regno di Napoli.
Nel corso del viaggio verso la corte francese, San Francesco avrebbe sostato anche a Campagna, fermandosi presso l'abbazia di Santa Maria la Nova. Sebbene le fonti non consentano di ricostruire nei dettagli questa permanenza, la tradizione cittadina ha sempre attribuito a tale episodio un profondo significato simbolico, considerandolo uno dei momenti più prestigiosi della storia del monastero.
L'opera del vescovo Fontana.
Agli inizi del XVIII secolo l'antica abbazia versava in condizioni di progressivo degrado.
Fu allora che il vescovo Francesco Saverio Fontana, durante una visita pastorale, constatò personalmente il cattivo stato di conservazione del complesso e decise di promuoverne il recupero.
Secondo la tradizione, il presule era rimasto profondamente colpito dal legame storico che univa quel luogo alla figura di Sant'Antonino. Per questo motivo finanziò a proprie spese importanti lavori di restauro, restituendo dignità alla chiesa e dotandola di nuovi arredi liturgici.
I lavori si conclusero nel 1721 e segnarono una nuova stagione per Santa Maria la Nova.
La processione del Lunedì in Albis.
Terminato il restauro, mons. Fontana volle rinsaldare anche il legame spirituale tra l'abbazia e la chiesa di Zappino.
Riprendendo un'antica tradizione cittadina, istituì la processione del Lunedì in Albis, durante la quale le statue della Madonna della Neve e di San Francesco da Paola vengono accompagnate fino a Santa Maria la Nova, dove rimangono per quindici giorni prima di fare ritorno nella loro chiesa.
Questa celebrazione, ancora oggi profondamente sentita dalla popolazione, non rappresenta soltanto una manifestazione religiosa, ma anche un autentico ponte tra due luoghi che, pur distinti, hanno costruito insieme la memoria spirituale della città.
Ogni anno il cammino processionale rinnova idealmente un legame nato secoli fa e mai interrotto, confermando come la storia di Campagna sia indissolubilmente intrecciata con quella dei suoi luoghi di culto e delle comunità che li hanno custoditi attraverso il tempo.
TESTI CONSULTATI.
1. A.V. Rivelli - Memorie storiche della Città di Campagna.
1. A.V. Rivelli - Memorie storiche della Città di Campagna.
2. Alfonso e Raffaele D'ambrosio - Sant'Antonino Cacciottolo e i villaggi di Furano.
3. Ludovico Cutino - Storia di Campagna e i suoi vescovi.
4. Giovan Donato Guerriero - Campagna Vecchia e Nuova.
5. Nicolò De Nigris - Campagna antica e nuova, sacra e profana.
6. Filippo Gibbone - Vita del Santo Abate Antonino.
3. Ludovico Cutino - Storia di Campagna e i suoi vescovi.
4. Giovan Donato Guerriero - Campagna Vecchia e Nuova.
5. Nicolò De Nigris - Campagna antica e nuova, sacra e profana.
6. Filippo Gibbone - Vita del Santo Abate Antonino.
5. Nicolò De Nigris - Campagna antica e nuova, sacra e profana.
6. Filippo Gibbone - Vita del Santo Abate Antonino.

