Chiesa e convento di San Bartolomeo.
di Cristian Viglione
La storia del Convento di San Bartolomeo affonda le proprie radici nel XIII secolo e si intreccia profondamente con quella religiosa, culturale e sociale di Campagna. È una storia fatta di predicazione, studio, arte e devozione, ma anche di profonde trasformazioni d’uso che, nel corso dei secoli, hanno consentito a questo luogo di attraversare epoche molto diverse, conservando ancora oggi le tracce della propria lunga memoria.
Le origini domenicane
Secondo la storiografia del passato, si narra che nel 1259 alcuni frati domenicani giunsero a Campagna con l’intento di predicare il Santo Vangelo e offrire alla popolazione un riferimento spirituale stabile.
Gli abitanti li accolsero con calore e rispetto e i religiosi chiesero al castellano il permesso di potersi stabilire definitivamente sul territorio. Ottenuta l’autorizzazione, trovarono sistemazione in modesti pagliai situati nei pressi dei casali che costeggiavano il Castello Gerione, in un’area che proprio da queste prime abitazioni avrebbe preso il nome di Pagliara.
La presenza domenicana a Campagna, tuttavia, sembra avere origini ancora più antiche. Già nel 1228, infatti, compare per la prima volta in un documento ufficiale la chiesa di Santa Maria, un chiesetta di forma ovale, che, nonostante vi si ufficiassero tutte le funzioni ecclesiali, era destinata per la maggiore a sepolture, edificata nell’area dove oggi sorge la Chiesa di San Bartolomeo. Si trattava di una piccola chiesa-cimitero dalla particolare forma ovale, utilizzata soprattutto per la sepoltura dei nobili campagnesi. La presenza di sepolcri dedicati a personaggi illustri, celebri nelle arti e nelle scienze, costituisce ancora oggi una testimonianza dell’importanza che questo luogo ebbe nella storia della comunità.
Secondo lo storico campagnese Rivelli, proprio in questa chiesa i Domenicani possedevano già dal 1277 un cenobio, confermando l’esistenza di una presenza religiosa organizzata ben prima della costruzione dell’attuale complesso.
Dal Castello alla nuova città
Con il passare dei secoli, l’antica chiesa di Santa Maria iniziò però a perdere progressivamente la propria centralità.
L’abitato di Campagna si stava infatti sviluppando verso le zone situate più a valle del Castello Gerione, dando origine o ampliando quartieri come Zappino, Trinità e Giudeca.
Le nuove aree risultavano più facilmente accessibili e, con il sorgere di altre chiese, anche i sacerdoti iniziarono a frequentare meno assiduamente l’antico tempio. A contribuire al suo declino fu inoltre il progressivo abbandono del Castello Gerione da parte dei conti di Campagna.
Un episodio particolarmente significativo fu il trasferimento della residenza campagnese dei coniugi Del Balzo-D’Apia, feudatari di Campagna, dal castello al nuovo palazzo fatto costruire fuori le mura cittadine, oggi conosciuto come Palazzo di Città. Il centro della vita aristocratica e sociale si spostava così verso le zone più basse dell’abitato.
Abbandono dell'antica chiesa che in sostanza che avverrà agli inizi del 1400. L’edificio rimase affidato a un solo sacerdote e proprio in questo periodo i Domenicani iniziarono a chiedere con insistenza di poter utilizzare l’area per costruire un nuovo e più grande cenobio, collocato in una posizione più vicina alla popolazione.
La nascita del grande convento
La svolta arrivò nel 1437, quando il conte Francesco Orsini assunse il controllo del territorio.
In quegli anni Campagna era coinvolta nel conflitto con Eboli, conclusosi nel 1457 con la vittoria dei campagnesi. I Domenicani si rivolsero quindi al conte Orsini affinché sostenesse presso papa Eugenio IV la richiesta di ottenere la chiesa di Santa Maria e di poter costruire un nuovo, imponente convento sulle strutture del vecchio cenobio, rimasto incompiuto.
La richiesta ebbe esito positivo e nel 1449 papa Niccolò V emanò la bolla di erezione del convento.
Iniziò così una nuova fase della storia del complesso. Gli antichi fabbricati vennero progressivamente demoliti per lasciare spazio alla costruzione dell’attuale chiesa e dell’imponente monastero.
La direzione dei lavori fu affidata a Pietro Viviani e Giacomo De Chiara, sotto l’autorizzazione e con il sostegno economico del feudatario dell’epoca.
La nuova chiesa di San Bartolomeo venne edificata in una posizione strategica, più comoda e facilmente raggiungibile rispetto agli antichi luoghi di culto situati nei pressi del castello. Il complesso disponeva inoltre di un ampio e fertile appezzamento di terreno, elemento che ne favorì ulteriormente l’autosufficienza e lo sviluppo.
San Bartolomeo, luogo di studio
Il convento non fu soltanto un centro religioso, nel corso dei secoli divenne anche un importante luogo di formazione e cultura, arrivando a ospitare lo Studio Generale, una sorta di università dell’epoca destinata allo studio della filosofia, delle lettere e della teologia.
Istituzione avvenuta nei trionfi sociali, politici e religiosi ottenuti da Melchiorre Guerriero e Ferdinando Orsini, quando nel 1518 prima e nel 1525 poi, ottennero il Titolo di Città e la costituzione della Diocesi di Campagna-Satriano. La presenza dello Studio trasformò San Bartolomeo in uno dei principali centri culturali del territorio, attirando studiosi e giovani appartenenti anche alle famiglie nobili locali.
Tra coloro che frequentarono questi ambienti figurano Marco Filiuli, Giovanni Antonio De Nigris e Giulio Cesare Capaccio, personalità di rilievo della cultura campagnese e meridionale.
Ma tra i nomi legati al convento emerge soprattutto quello di Giordano Bruno.
Tra il 1571 e il 1572, infatti, il giovane filosofo vi compì il proprio noviziato. La sua presenza aggiunge al complesso un ulteriore e straordinario capitolo di storia, collegando San Bartolomeo alla vicenda intellettuale di uno dei più celebri pensatori dell’Europa del XVI secolo.
Il grande rinnovamento del Settecento
I Domenicani continuarono a occuparsi con costanza del complesso, intervenendo nel corso dei secoli per conservarne e migliorarne le strutture.
Nel 1712 i religiosi intrapresero importanti lavori di restauro della chiesa e rinnovarono il soffitto ligneo, impreziosendolo con oro zecchino, intarsi e ampie decorazioni a motivi floreali.
Al centro della decorazione compare anche lo stemma con la scritta: ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCXIII.
Il soffitto costituisce ancora oggi una delle testimonianze più significative della stagione decorativa settecentesca della chiesa.
La presenza domenicana proseguì ininterrottamente fino all’Unità d’Italia, quando le trasformazioni politiche e amministrative del nuovo Stato modificarono profondamente la destinazione di molti complessi religiosi.
Da convento a caserma e campo di internamento
La storia del complesso non terminò con la partenza dei frati.
Tra il 1878 e il 1927, il convento venne utilizzato dal Distretto militare di Campagna come caserma, mentre la chiesa continuò a svolgere la propria funzione religiosa come parrocchia.
Pochi decenni più tardi, durante la Seconda guerra mondiale, il complesso fu destinato a una funzione ancora diversa.
Tra il 1940 e il 1943 ospitò infatti un campo di internamento, nel quale furono detenute circa 590 persone appartenenti a gruppi e nazionalità differenti: inglesi e francesi, ebrei italiani e stranieri, apolidi, tedeschi, austriaci, polacchi, fiumani, cecoslovacchi e jugoslavi.
Questa pagina della storia del convento è oggi ricordata dal Museo Itinerario della Memoria e della Pace – Centro Studi Giovanni Palatucci, che conserva e racconta le vicende legate al campo e alle persone che vi furono internate.
Il complesso di San Bartolomeo si presenta quindi come un luogo nel quale si sono sovrapposte diverse epoche e differenti funzioni: convento, centro di studio, caserma, campo di internamento e, ancora oggi, luogo di culto e memoria.
La Chiesa di San Bartolomeo
Dal punto di vista architettonico, la chiesa presenta una struttura a croce latina e una facciata caratterizzata da due portali in pietra.
Il portale principale costituisce l’accesso alla chiesa, mentre quello collocato sulla destra conduce all’oratorio della Confraternita del Santissimo Rosario. L’interno presenta un ambiente rettangolare, affiancato da due cappelle laterali. Il presbiterio termina in un’abside quadrata, definita da un arco a tutto sesto e coperta da una volta a crociera priva di particolari elementi decorativi.
L’aula è impreziosita da quattro edicole con stucchi settecenteschi, che contribuiscono a creare un ambiente nel quale la sobrietà architettonica convive con la ricchezza delle decorazioni.
La cappella sul lato sinistro conserva stucchi ottocenteschi e un altare sopra il quale si apre una nicchia in marmo, datata 1815, destinata ad accogliere la statua della Madonna. Di particolare interesse è inoltre l’altare ligneo del XVII secolo, che custodisce il celebre Crocifisso velato, conosciuto come Santissimo Nome di Dio.
Il Santissimo Nome di Dio
Tra le opere custodite nella Chiesa di San Bartolomeo, il Crocifisso velato rappresenta senza dubbio quella maggiormente legata ad una delle più antiche devozioni popolare e alla tradizione religiosa di Campagna.
La sua storia si perde nella leggenda e nella memoria secolare della comunità, dando origine a uno dei racconti devozionali più affascinanti della città.
La leggenda dell’eremita Giorgio Iorio
Secondo quanto narrato dallo storico campagnese Nicolò de Nigris, le origini della sacra effigie risalirebbero addirittura al 1236.
In quell’anno un eremita di nome Giorgio Iorio si sarebbe ritirato in una grotta con il desiderio di contemplare la Passione di Cristo. Pur non essendo uno scultore esperto, avrebbe deciso di scolpire la testa di Gesù morente.
La tradizione racconta che l’eremita riuscì a imprimere nel volto del Cristo un’espressione di straordinaria intensità, capace di unire dolore e serenità.
La scultura divenne presto oggetto di venerazione e, con il diffondersi della sua fama, anche di vicende travagliate.
La profanazione e il miracolo
Secondo la tradizione, un gruppo di malintenzionati provenienti dai monti Alburni tentò di impossessarsi della sacra immagine.
Giunti presso l’antica chiesa di Santa Maria, non riuscendo a trovare la scultura che cercavano, avrebbero profanato il Crocifisso presente nel tempio, decapitandolo.
La testa scolpita dall’eremita sarebbe stata quindi nascosta sotto la chiesa di San Francesco, nella vicina Eboli.
Il Crocifisso rimase per molti anni privo della propria testa, fino a quando, nel 1387, il priore dei Domenicani decise di tentare un gesto destinato a entrare nella tradizione religiosa locale. La testa realizzata dall’eremita venne collocata sul corpo della statua profanata.
Secondo il racconto tramandato nei secoli, con grande stupore dei presenti la testa si sarebbe incastrata perfettamente, come se fosse stata scolpita appositamente per quel corpo.
L’episodio venne immediatamente interpretato come un miracolo, contribuendo ad accrescere la fama e la devozione nei confronti del Crocifisso.
L’incontro con San Bernardino da Siena
Un'altra importante tradizione è legata alla visita di San Bernardino da Siena a Campagna.
Il santo sarebbe giunto in città con il compito di contribuire a sedare alcune controversie interne agli ordini religiosi campagnesi. Durante la sua permanenza gli fu mostrato il Crocifisso.
La tradizione racconta che San Bernardino rimase profondamente colpito dalla sacra immagine e dalla sua particolare espressività, tanto da perdere i sensi davanti alla sua presenza. Al suo risveglio avrebbe pronunciato le parole: “Santissimo Nome di Dio!”
Da quel momento, secondo la tradizione, il Crocifisso iniziò a essere venerato proprio con questo titolo. San Bernardino avrebbe inoltre disposto che l’effigie fosse vestita di rosso, conferendole un aspetto particolarmente raro nel panorama delle immagini sacre presenti sul territorio.
Il risultato è una raffigurazione che richiama la tradizione spagnola del Cristo vestito, distinguendosi dalle rappresentazioni più comuni diffuse nell’Italia meridionale.
Una devozione ancora viva
Il Santissimo Nome di Dio è ancora oggi una delle figure della devozione popolare più sentite non soltanto a Campagna, ma anche nei comuni circostanti.
La venerazione si rinnova ogni venerdì, mentre la sacra immagine viene portata in processione ogni sette anni oppure in occasione di particolari necessità della comunità.
In passato, e secondo una tradizione ancora viva, la processione poteva essere invocata soprattutto in occasione di eventi atmosferici estremi, come periodi di siccità o di piogge particolarmente abbondanti.
Il rapporto tra la comunità e il Crocifisso non è quindi soltanto legato alla storia della chiesa: è una devozione che continua a vivere attraverso gesti, preghiere e tradizioni tramandate di generazione in generazione.
Un luogo, molte storie
Il Convento e la Chiesa di San Bartolomeo rappresentano uno dei luoghi più complessi e affascinanti della storia di Campagna.
In un unico spazio si incontrano la predicazione dei Domenicani, la cultura dello Studio Generale, la memoria di Giordano Bruno, l’arte sacra, la devozione popolare, la storia militare e la memoria della persecuzione e dell’internamento durante la Seconda Guerra Mondiale.
È proprio questa stratificazione a rendere San Bartolomeo un luogo unico.
Le sue mura hanno visto passare frati, studiosi, nobili, soldati, internati e fedeli. Hanno custodito libri e preghiere, hanno accolto la formazione filosofica e teologica e, in tempi drammatici, sono diventate luogo di detenzione.
Al centro di questa lunga storia rimane il Santissimo Nome di Dio, il Crocifisso intorno al quale si è sviluppata nei secoli una delle devozioni più profonde della comunità campagnese.
Visitare San Bartolomeo significa quindi attraversare non soltanto un monumento, ma una vera pagina di storia vivente: un luogo nel quale la fede e la cultura si intrecciano con le vicende della città e nel quale ogni ambiente conserva una memoria diversa.
È questa capacità di raccontare epoche differenti attraverso le stesse pietre a rendere il complesso di San Bartolomeo una tappa fondamentale per chi vuole comprendere la storia di Campagna.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA.
1. Rubino Luongo – Campagna 500° - Dalla nascita dell'insediamento urbano (sec.XI) alla istituzione della Diocesi (1525) – Ass. G.Bruno anno 2013
1. Rubino Luongo – Campagna 500° - Dalla nascita dell'insediamento urbano (sec.XI) alla istituzione della Diocesi (1525) – Ass. G.Bruno anno 2013
2. Campagna Medievale tra XI e XIII secolo – L.Ganelli – anno 2005 – Edizioni Scientifiche Italiane.
3. Memorie storiche della Città di Campagna – A.V. Rivelli – anno 1895 – Ed. Forni.
4. Carmine Carlone – Melchiorre Guerriero e la Diocesi di Campagna. App. doc. a cura di F.Mottola – 1984 – Salerno E.S.S.M.
5. A. Balducci – L'archivio diocesano di Salerno, cenni sull'archivio del Capitolo Metropolitano. Vol. I Salerno 1959-60.
6. Anna Giordano – I regesti delle pergamene del Capitolo Di Campagna (1170 – 1772) – anno 2004 – Ed.
Carmine Carlone – Francesco Mottola– I regesti delle pergamene dell'abbazia di S.Maria Nova di Calli – 1981 – Salerno E.S.S.M.
8. Carmine Carlone – Documenti per la storia di Eboli I (799-1264) – Salerno – 1998 – regg. 79-82.
9. Emanuele Catone – Le signorie feudali - estratto da “Campagna 500° - Dalla nascita dell'insediamento urbano (sec.XI) alla istituzione della Diocesi (1525)” – Ass. G.Bruno – vol. 1 a cura di R.Luongo anno 2013
10. Carmine Vivone – Storie e origini del Crocifisso di Campagna.
11. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le fabbriche religiose. - VOL. M - anno 2006
8. Carmine Carlone – Documenti per la storia di Eboli I (799-1264) – Salerno – 1998 – regg. 79-82.
9. Emanuele Catone – Le signorie feudali - estratto da “Campagna 500° - Dalla nascita dell'insediamento urbano (sec.XI) alla istituzione della Diocesi (1525)” – Ass. G.Bruno – vol. 1 a cura di R.Luongo anno 2013
10. Carmine Vivone – Storie e origini del Crocifisso di Campagna.
11. Valentino Izzo - Raccontare Campagna...Le fabbriche religiose. - VOL. M - anno 2006
Trailer del secondo episodio del format "Piacere, Campagna." riguardante la chiesa e il convento.

