Mons. Giuseppe Maria Palatucci.

di Cristian Viglione

Il 16 gennaio 1938 Campagna accolse solennemente il suo nuovo vescovo. Era Giuseppe Maria Palatucci, francescano conventuale, uomo di grande cultura e, soprattutto, sacerdote profondamente legato alla fede e alla carità. Il vescovo della fede, della carità e della memoria.
Quel giorno, per la diocesi, iniziava un episcopato destinato a durare più di ventitré anni.
Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che quell'uomo, arrivato a Campagna alla vigilia di una delle pagine più drammatiche della storia europea, sarebbe diventato uno dei protagonisti della storia della città durante la guerra, fino a legare per sempre il proprio nome a quello degli ebrei internati nel campo di Campagna.
Le cronache dell'epoca lo descrissero come un uomo di «grande ingegno e di grande cultura», ma soprattutto di «schietta fede e pietà», dotato di una semplicità quasi disarmante e di una profonda umiltà francescana.
A distanza di tanti anni, quelle parole continuano a raccontare bene la sua figura. Perché Palatucci fu un uomo di cultura, un pastore, un francescano, un costruttore di opere. Ma fu soprattutto un uomo che non rimase indifferente davanti alla sofferenza degli altri.

Un ragazzo di Montella
Giuseppe Maria Palatucci nacque a Montella, in provincia di Avellino, il 25 aprile 1892, in una famiglia profondamente cristiana. La sua non fu una vocazione isolata. Anche i fratelli Antonio e Alfonso entrarono nell'Ordine dei Frati Minori Conventuali e, successivamente, anche un nipote avrebbe seguito la stessa strada.
Era dunque una famiglia nella quale la scelta religiosa non rappresentava soltanto una professione, ma una vera forma di vita. Giuseppe Maria entrò giovanissimo nella famiglia francescana.
Nel 1906 fu accolto nel convento di Santa Maria del Monte a Montella, dove completò gli studi ginnasiali. Successivamente proseguì la formazione francescana a Ravello, sulla Costiera Amalfitana, dove compì il noviziato e iniziò il percorso che lo avrebbe portato al sacerdozio. Da quel momento la sua vita sarebbe stata segnata da due grandi passioni: la fede e lo studio.

Roma: la formazione di un uomo di cultura
Per completare la propria formazione, Palatucci si trasferì a Roma.
Frequentò la Pontificia Università Gregoriana, dove si dedicò agli studi filosofici e conseguì la laurea in filosofia.
Proseguì poi gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà Teologica dell'Ordine di San Bonaventura, approfondendo contemporaneamente la cultura letteraria e la liturgia. Era un percorso intellettuale vasto.
Filosofia, teologia, letteratura e liturgia non erano per lui discipline separate. Facevano parte di un'unica formazione. Il sacerdote doveva conoscere la dottrina, ma anche comprendere l'uomo. Doveva saper parlare al cuore, ma anche alla ragione E doveva essere capace di tradurre la propria cultura in servizio pastorale. Questa concezione avrebbe caratterizzato tutto il suo episcopato.

Sacerdote e soldato
Palatucci fu ordinato sacerdote nel 1915, a Montella. La sua prima Messa fu celebrata nella chiesa di San Silvestro. Il giorno stesso o immediatamente dopo l'ordinazione arrivò però una chiamata completamente diversa: quella al servizio militare. L'Italia era entrata nella Prima guerra mondiale. Palatucci non si sottrasse al proprio dovere.
Fu dapprima impegnato nel trasporto e nell'assistenza ai feriti e successivamente divenne cappellano militare. Fu un'esperienza che avrebbe lasciato un segno profondo nella sua personalità. Vide la sofferenza degli uomini. Conobbe la paura, la morte, la fragilità. E imparò che il sacerdote, in determinate circostanze, non può limitarsi ad attendere che le persone arrivino in chiesa. Deve essere lui ad andare incontro alle persone. Quella lezione lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Professore, educatore e predicatore
Terminata la guerra, Palatucci tornò a Roma per completare gli studi teologici.
Nel 1920 conseguì la laurea in teologia presso la Facoltà Teologica di San Bonaventura e iniziò l'insegnamento della filosofia presso il Collegio internazionale del suo Ordine. Nel 1923 lasciò Roma e tornò nel Mezzogiorno.
Fu impegnato nella rinascita della provincia francescana meridionale, svolgendo attività di educatore, direttore di collegi serafici e predicatore. Fu soprattutto un uomo capace di comunicare. La sua cultura non lo allontanava dalle persone.
Al contrario, gli permetteva di parlare a pubblici diversi, dai giovani agli intellettuali, dai seminaristi ai semplici fedeli.
La predicazione diventò uno dei suoi strumenti principali. E quando arrivò la nomina episcopale, aveva ormai maturato una solida esperienza religiosa, culturale e pastorale.

La chiamata a Campagna
Il 20 settembre 1937 papa Pio XI lo nominò vescovo di Campagna. Palatucci aveva quarantacinque anni.
La consacrazione episcopale avvenne il 28 novembre 1937, nella Basilica di San Lorenzo Maggiore a Napoli, per le mani del cardinale Alessio Ascalesi, arcivescovo di Napoli. Poco meno di due mesi dopo, il 16 gennaio 1938, fece il suo ingresso solenne nella diocesi.
Campagna gli apparve immediatamente come una diocesi complessa. Comprendeva allora 18 comuni e 34 parrocchie, in un territorio che le fonti descrivono tra i più poveri del Mezzogiorno. Palatucci non si limitò a risiedere nel palazzo episcopale. Cominciò a viaggiare.
Visitò le parrocchie, raggiunse i piccoli centri, percorse strade difficili e arrivò anche nelle località montane e nei casolari più isolati.
Voleva conoscere personalmente il proprio popolo. E soprattutto voleva che il popolo sentisse il vescovo vicino. Una diocesi da risvegliare La prima grande opera di Palatucci fu pastorale.
Promosse una forte ripresa della vita liturgica, incoraggiò la partecipazione dei fedeli e istituì nuove parrocchie dove erano necessarie. Riorganizzò l'Azione Cattolica nei diversi centri della diocesi e si impegnò personalmente nella formazione dei giovani. Non voleva una fede semplicemente ricevuta per abitudine. Voleva una fede consapevole. Una fede capace di entrare nella vita quotidiana. Il suo stile era profondamente francescano: semplice, diretto, vicino alla gente. La sua forza non risiedeva soltanto nella parola. Risiedeva soprattutto nell'esempio.

Il Seminario e la cultura
Uno dei suoi primi obiettivi fu il Seminario diocesano.
Palatucci ne promosse il restauro e, soprattutto, ne rivalutò la dimensione culturale. Il Seminario non doveva essere soltanto il luogo nel quale si preparavano i futuri sacerdoti.
Doveva essere anche un centro di studio e di formazione. Questa attenzione era perfettamente coerente con la sua personalità. Palatucci era stato professore prima di essere vescovo e conosceva bene il valore della formazione.
Per questo seguì con particolare attenzione i seminaristi, curandone tanto la preparazione spirituale quanto quella intellettuale. Il suo episcopato rappresentò così una nuova stagione per quella tradizione culturale che, a Campagna, aveva radici profonde. Dai seminari del passato alle tipografie cinquecentesche, dagli studi di Tercasio e De Nigris fino a Caramuel, la città aveva sempre avuto un rapporto particolare con il sapere. Palatucci raccolse quella eredità nel Novecento.

Madonna d'Avigliano
Un altro luogo al quale dedicò particolare attenzione fu il Santuario della Madonna d'Avigliano.
Il santuario, dopo le vicissitudini dei secoli precedenti, aveva bisogno di essere nuovamente valorizzato. Palatucci ne rilanciò il culto e ne fece uno dei punti di riferimento della vita religiosa diocesana. Non era soltanto una questione di devozione.
Per il vescovo il santuario poteva diventare un luogo capace di riunire la comunità, soprattutto i giovani, e di rafforzare il legame tra fede e territorio. Questa attenzione avrebbe assunto un significato ancora più grande durante gli anni della guerra.

La Peregrinatio Mariae e il Congresso Eucaristico
Palatucci aveva una particolare devozione per la Madonna, soprattutto sotto il titolo di Immacolata. Promosse così una grande stagione di devozione mariana. La Peregrinatio Mariae attraversò l'intera diocesi, portando l'immagine della Vergine nei diversi comuni e creando un coinvolgimento popolare straordinario.
A questa attività si aggiunse il grande Congresso Eucaristico di Contursi, che rappresentò uno dei momenti più importanti della sua azione pastorale.
Palatucci viaggiava, predicava, incontrava le comunità.
Le testimonianze ricordano che arrivava a parlare anche più volte al giorno durante queste grandi occasioni, seguendo personalmente le iniziative pastorali. Era una Chiesa che usciva dalle proprie mura. E il vescovo ne era il primo esempio.

La fede che diventa attenzione sociale
Ma Palatucci non pensava che il compito del vescovo potesse fermarsi alla sfera religiosa.
La povertà della diocesi lo preoccupava profondamente. Per questo utilizzò le proprie relazioni con le autorità civili e amministrative per favorire interventi destinati alle popolazioni più bisognose.
Tra le iniziative sostenute vi furono case popolari, opere per l'approvvigionamento idrico e il progetto della strada Campagna-Acerno, un collegamento atteso da decenni. Non fu Palatucci a costruire personalmente queste opere.
Ma fu spesso la sua capacità di mobilitare persone, istituzioni e risorse a rendere possibile la loro realizzazione. Era il modo concreto con cui interpretava la carità. Non soltanto aiutare una persona. Ma cercare di migliorare le condizioni di vita di un'intera comunità.

La sua parola: le lettere pastorali
Il suo magistero fu intenso. Tra le sue lettere pastorali più significative vi fu La Vera Vita, nella quale rifletteva sul significato cristiano dell'esistenza e sul rapporto dell'uomo con Dio.
Un'altra, Per un mondo migliore, invitava a una rinnovata vita cristiana dopo le ferite provocate dal materialismo e dalle ideologie del tempo.
Per Palatucci la fede non era fuga dal mondo. Era il modo più profondo per affrontarlo. Il suo motto episcopale riassumeva perfettamente questa convinzione: “In fide et charitate fortitudo mea” — “La mia forza nella fede e nella carità”.
Non era soltanto un motto scritto sullo stemma. Era il programma della sua vita.

La guerra arriva a Campagna
Poi arrivò la guerra. E la storia di Campagna cambiò.
Nel giugno del 1940, nel pieno del regime fascista e dopo l'entrata dell'Italia nella Seconda guerra mondiale, a Campagna furono istituiti due luoghi di internamento per civili, principalmente ebrei stranieri e altri perseguitati, negli ex complessi religiosi di San Bartolomeo e dell'Immacolata Concezione.
La presenza degli internati trasformò profondamente la vita della città. Ed è proprio qui che la figura di Palatucci assume un'importanza straordinaria.
Le condizioni degli internati a Campagna furono rese relativamente meno dure dall'atteggiamento della popolazione e dall'opera del vescovo. La documentazione storica ricorda il suo impegno per ottenere aiuti, permessi e condizioni di vita migliori, anche coinvolgendo autorità civili ed ecclesiastiche.
Palatucci trattò gli internati come persone. Non come numeri. Non come prigionieri da dimenticare. Come uomini e donne. Ebrei, stranieri, perseguitati politici. Persone.

Il vescovo e gli internati
Le testimonianze e la documentazione mostrano un vescovo costantemente attento alle loro necessità. Si interessò all'assistenza religiosa. Favorì l'accesso a beni e sussidi. Intervenne per ottenere maggiore libertà di movimento.
Cercò di coinvolgere le autorità ecclesiastiche e la Santa Sede quando le richieste degli internati lo richiedevano.
In alcuni casi arrivò persino a far utilizzare locali ecclesiastici per proteggere persone in pericolo. Le fonti locali ricordano, per esempio, episodi nei quali gli internati vennero nascosti in edifici della diocesi durante le ispezioni tedesche. Era una forma di resistenza silenziosa. Non fatta di armi. Ma di porte aperte, documenti, cibo, medicine, protezione. Di umanità.

Giovanni e Giuseppe Maria Palatucci
In questa storia compare anche un altro Palatucci.
Il nipote Giovanni Palatucci, funzionario della pubblica sicurezza a Fiume e responsabile dell'Ufficio stranieri.
Tra zio e nipote esisteva un legame familiare, ma anche una collaborazione che la documentazione storica ha messo in evidenza.
Giovanni, a Fiume, si trovava a contatto diretto con persone perseguitate dalle leggi razziali e dalla politica antiebraica del regime. Campagna, grazie alla presenza dello zio, rappresentava per alcuni di loro un luogo nel quale le condizioni di internamento potevano essere alleviate.
Treccani ricorda esplicitamente come Giovanni Palatucci cercasse, quando non riusciva a far espatriare alcune persone, di indirizzarle verso il campo di Campagna, sapendo che lì avrebbe potuto contare sull'aiuto dello zio e della comunità locale.
La vicenda di Giovanni Palatucci è stata negli ultimi decenni oggetto di importanti revisioni storiografiche e di un intenso dibattito sulla reale portata delle sue azioni. Per questo è bene non trasformare la memoria in leggenda.
Ma una cosa rimane documentata: Giuseppe Maria Palatucci fu concretamente impegnato nell'assistenza agli internati di Campagna, e il suo comportamento contribuì a rendere il campo una realtà anomala rispetto a molti altri luoghi di internamento italiani.

Il 1943: Campagna sotto le bombe
Il momento più drammatico arrivò nel 1943.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre, la situazione precipitò. Gli internati rimasti a Campagna rischiavano di cadere nelle mani dei tedeschi.
In accordo con le autorità locali, molti riuscirono a lasciare i campi e a rifugiarsi sulle montagne circostanti. La documentazione del Museo della Memoria ricorda anche l'intervento del vescovo in questa fase.
Poi, il 17 settembre 1943, Campagna fu colpita da uno dei bombardamenti più tragici della sua storia.
Le bombe caddero sul cuore della città mentre numerosi civili erano riuniti per ricevere la distribuzione del pane. Il bilancio fu terribile: 177 vittime.
Campagna era devastata. E Palatucci fu ancora una volta in mezzo alla sua gente.

Il vescovo tra le macerie
In quelle ore il vescovo non rimase chiuso nell'episcopio.
Si fece presente dove c'era bisogno. Organizzò e sostenne l'assistenza, si occupò dei feriti e si impegnò affinché ai morti fosse data una sepoltura dignitosa.
Le testimonianze ricordano la sua presenza tra le macerie e nei luoghi di rifugio. Era tornato, in un certo senso, il cappellano militare di quarant'anni prima.
Solo che questa volta la guerra era arrivata nella sua città. E le persone che doveva assistere erano i suoi Campagnesi.
Tra le pagine più commoventi di quella tragedia vi è anche quella dei medici ebrei Max Tanzer e Chaim Pajes, internati a Campagna, che dopo il bombardamento scesero dalle montagne per prestare soccorso ai feriti. Il loro intervento è oggi ricordato dal Museo della Memoria e della Pace.
In quel momento vittime, cittadini e internati sembrarono diventare una sola comunità. Una comunità ferita. Una comunità che cercava di sopravvivere.

Un uomo davanti alla storia
È difficile comprendere pienamente l'opera di Palatucci senza considerare il tempo nel quale visse.
Gli anni Trenta e Quaranta furono anni di dittatura, persecuzione razziale, guerra e distruzione. Palatucci si trovò a guidare una diocesi povera proprio mentre la storia europea precipitava nel disastro. Avrebbe potuto limitarsi alla propria funzione religiosa. Scelse invece di intervenire. Con discrezione. Con prudenza. Ma anche con determinazione. E lo fece secondo quella che era la sua idea di sacerdozio: stare accanto agli uomini quando ne avevano bisogno.

L'Assunzione di Maria
La sua attività non si esaurì con la guerra.
Negli anni successivi continuò a guidare la diocesi con la stessa energia. Fu tra i vescovi che sottoscrissero la petizione per la proclamazione del dogma dell'Assunzione della Vergine Maria.
Il 1° novembre 1950, papa Pio XII proclamò solennemente il dogma. Nel pronao della Basilica di San Pietro, tra i nomi dei vescovi che sostennero quella richiesta, compare anche quello di Giuseppe Maria Palatucci. È un piccolo segno inciso nella pietra.
Ma racconta un altro aspetto della sua personalità: la profonda devozione mariana che aveva accompagnato tutta la sua vita.

Gli ultimi anni
Gli anni passarono. Palatucci rimase a Campagna.
Nonostante la crescita dell'età, continuò a occuparsi della diocesi, del Seminario, delle parrocchie e delle opere sociali. La sua casa rimase aperta.
Le testimonianze tramandate dopo la sua morte raccontano di un vescovo al quale si rivolgevano tanto le persone importanti quanto i contadini, i poveri, le famiglie in difficoltà. Per tutti aveva tempo. Per tutti cercava una soluzione. Era diventato, più che un'autorità, un punto di riferimento.

Il Venerdì Santo del 1961
Il 31 marzo 1961 era Venerdì Santo.
Palatucci aveva appena partecipato alla funzione religiosa nella chiesa dell'Annunziata.
Tornò al Seminario. Si sedette al tavolo di lavoro. Davanti a lui c'era la corrispondenza.
La vita di un vescovo continua anche nei piccoli gesti quotidiani: una lettera da leggere, una richiesta alla quale rispondere, una persona da aiutare. Fu lì che morì. A Campagna, la città che aveva guidato per oltre ventitré anni. Aveva sessantotto anni. Il popolo di Campagna reagì con un dolore immenso.
Le testimonianze dell'epoca raccontano di una folla accorsa davanti all'episcopio, nonostante la pioggia, per dare l'ultimo saluto al proprio vescovo. Non era morto semplicemente un uomo di Chiesa. Era morto qualcuno che molti sentivano come parte della propria famiglia.

La scelta di riposare a Montella
Palatucci aveva espresso il desiderio di essere sepolto nella sua terra d'origine.
Dopo i solenni funerali celebrati nella Cattedrale di Campagna, la sua salma fu quindi trasferita a Montella, dove venne sepolta nella chiesa di San Francesco a Folloni.
Così si chiudeva il percorso di un uomo nato nell'Irpinia e diventato, per oltre vent'anni, il padre spirituale di Campagna e, in pratica, l'ultimo grande vescovo della diocesi di Campagna.

La Medaglia d'Oro al Merito Civile
La memoria di Palatucci non è rimasta soltanto nella devozione popolare.
Il 25 aprile 2007, il Presidente della Repubblica gli conferì alla memoria la Medaglia d'Oro al Merito Civile, riconoscendo il suo impegno nell'assistenza morale e materiale agli ebrei internati a Campagna durante la guerra.
È il riconoscimento istituzionale di una storia che Campagna aveva conservato per decenni. Una storia fatta di nomi. Di volti. Di persone che passarono attraverso la città in uno dei momenti più bui del Novecento. E di un vescovo che decise di non voltarsi dall'altra parte.

Il Museo della Memoria
Oggi chi visita Campagna può comprendere questa storia attraverso il Museo della Memoria e della Pace – Centro Studi Giovanni Palatucci.
È uno dei luoghi più importanti per capire il rapporto tra Campagna e gli internati durante la Seconda guerra mondiale.
Le fotografie, i documenti, le testimonianze e i luoghi ricostruiscono la vita degli uomini e delle donne che furono internati nella città e raccontano anche il ruolo svolto dalla popolazione e dal vescovo.
La storia di Palatucci, quindi, non è soltanto una storia da leggere. È una storia da visitare. Si può camminare negli stessi luoghi nei quali vissero gli internati. Si possono vedere gli edifici nei quali furono ospitati. Si può entrare nella memoria di una città che, nel momento più difficile, seppe mostrare un volto diverso da quello imposto dalla dittatura.

La figura del vescovo
Giuseppe Maria Palatucci fu tante cose.
Fu francescano. Fu professore. Fu cappellano militare. Fu vescovo. Fu uomo di cultura. Fu promotore di opere sociali. Fu predicatore. Fu custode della fede di una diocesi. Ma forse tutte queste definizioni non bastano.
Perché ciò che emerge dalla sua vita è soprattutto la capacità di trasformare la fede in azione. La sua cultura diventava formazione. La sua fede diventava pastorale. La sua devozione diventava carità. La sua autorità diventava servizio. E davanti alla persecuzione degli ebrei, la sua carità diventò anche una forma concreta di protezione. Questo è ciò che rende ancora oggi straordinaria la sua figura.

Palatucci e Campagna.
Palatucci arrivò a Campagna nel 1938.
Pensava probabilmente di iniziare una nuova stagione della propria vita episcopale. Non poteva sapere che sarebbe rimasto lì fino alla morte.
Non poteva sapere che avrebbe attraversato una guerra, visto la città bombardata, assistito alla sofferenza degli internati e condiviso con i suoi concittadini gli anni più difficili del Novecento.
Ma quando arrivò il momento di morire, Palatucci era ormai diventato campagnese. La sua vita era legata a questa città. Alle sue chiese. Al Seminario. Alla Madonna d'Avigliano. Alle sue parrocchie. Alle sue famiglie. Ai suoi poveri. E soprattutto alle persone che aveva incontrato durante gli anni della guerra.
Per questo, ancora oggi, quando si pronuncia il nome di Giuseppe Maria Palatucci, a Campagna non si ricorda soltanto un vescovo.
Si ricorda un uomo che rimase accanto alla propria gente quando sarebbe stato più facile avere paura.

Una lezione che rimane
La storia di Palatucci ci lascia una lezione semplice. La fede, da sola, non basta se rimane chiusa dentro le chiese. Deve diventare attenzione. Deve diventare coraggio. Deve diventare solidarietà. Deve diventare capacità di riconoscere l'uomo anche quando tutto intorno cerca di trasformarlo in un numero, in un nemico, in un escluso. Palatucci visse questa convinzione fino in fondo. E forse è proprio per questo che, a distanza di decenni, il suo ricordo continua a essere così vivo. Campagna lo accolse nel 1938. Lui le restituì la propria vita.
E quando morì, il 31 marzo 1961, lasciò una città che non aveva semplicemente avuto un vescovo. Aveva avuto un padre. Giuseppe Maria Palatucci non fu soltanto il vescovo di Campagna. Fu il vescovo che, nel momento più buio, scelse di stare dalla parte dell'uomo.
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
1. Padre Franco Stano - Riflessioni sulla vita del vescovo Palatucci.
2. Gianluca Petroni - Gli ebrei a Campagna durante il Secondo Conflitto Mondiale. 2001
3. Comitato Giovanni Palatucci – Un grande Vescovo - 2007
4. Annalisa Zito - Mons. Giuseppe Maria Palatucci - Vescovo di Campagna (1937-1961) - Visse il presente ridisegnò il futuro - anno 2016
5. Michele di Martino - Giuseppe Maria Palatucci, gli ebrei di Campagna e la rete di solidarietà. - 2021
6. Sito internet ufficiale Centro Studi Palatucci www.centrostudipalatucci.it
7. Bianco-De Simone - Giovanni Palatucci, un Giusto e un Martire cristiano. 2013

 

 

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